Politica /

Israele ha fermato un piano per esportare marijuana ad uso terapeutico negli Stati Uniti per timore di infastidire il presidente Donald Trump. Secondo un rapporto dei media israeliani, in particolare di The Times of Israel, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato che il piano venisse congelato all’inizio di questa settimana, nonostante la contrarietà dei ministri della Salute, dell’Agricoltura e delle Finanze, dopo aver ricevuto una telefonata sulla questione dell’esportazione della marijuana da parte dello stesso Trump, che è contrario alla sua legalizzazione. Una scelta dunque espressamente politica quella del premier israeliano che ha deciso di non andare contro il presidente Usa in un momento in cui per Israele è fondamentale avere Washington al proprio fianco, soprattutto per l’evoluzione della crisi siriana e il possibile avvio di una nuova escalation militare. Secondo quanto riferito dai media israeliani, a consigliare questa scelta da parte di Netanyahu è stato un funzionario del ministero delle Finanze, e Netanyahu si sarebbe convinto rispondendo che non servirebbe necessariamente gli interessi israeliani per andare contro la politica dell’amministrazione Trump. In sostanza, fra servire gli interessi economici di Israele o mantenere  gli ottimi rapporti con gli Usa, il governo israeliano non avrebbe avuto dubbi: meglio i rapporti con gli Stati Uniti, già ampiamente migliorati dall’elezione di The Donald e dalla scelta del presidente Usa di riconoscere Gerusalemme ambasciata in Israele.

occhi_banner

La scelta del premier  israeliano non è stata particolarmente gradita da buona parte dell’esecutivo, interessato al fatto che le aziende potessero ottenere ottimi fatturati dal gigantesco mercato Usa. Come segnale del fatto che non tutti fossero concordi con la decisione del capo di governo, giovedì scorso il ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, ha accompagnato il ministro dell’Agricoltura, Uri Ariel, in visita alla fattoria della cannabis terapeutica di Seàch, nel nord del paese. Lo stesso Shaked ha poi pubblicato una serie di post su suoi profili social, esortando Israele a cercare di sviluppare le esportazioni di marijuana a scopo terapeutico per non perdere un’opportunità di esportazione e di guadagno in un settore che stenta a crescere. E che aveva nell’America una sorta di “terra promessa”. “Israele può diventare un esportatore di cannabis medica con un reddito del valore di 4 miliardi di shekel all’anno (1,14 miliardi di dollari). Non dobbiamo perdere il treno. Oggi siamo la locomotiva; se esitiamo, diventeremo la carrozza”. Shaked ha detto che avrebbero cercato di convincere Netanyahu. “Sono sicuro che quando ci sederemo con il primo ministro e gli presenteremo tutti i dettagli, verrà presa la decisione giusta”, ha detto Shaked. E ha sottolineato che la cannabis medica non deve essere considerata un narcotico ma una medicina, respingendo le preoccupazioni che l’industria della cannabis possa essere sfruttata dai criminali. Un’accusa che ha respinto anche l’avvocato Hagit Weinstock, che rappresenta i coltivatori di marijuana, come riportato dal Corriere della Sera. “La scusa che l’ erba finirebbe nelle mani degli spacciatori è ridicola: Israele ha già decriminalizzato l’ uso personale e tutti fumano, l’ eccesso di produzione non farebbe la differenza”, dice l’avvocato. E questo permetterebbe, a suo dire, anche di rivitalizzare i kibbutz, “aziende agricole e investitori che hanno puntato sulla decisione precedente rischiano adesso di fallire”.

Il problema però non sembra essere stato considerato dal presidente degli Stati Uniti, che, al contrario, teme che l’importazione di marijuana sia un simbolo della legalizzazione delle droghe. Nelle ultime settimane, l’amministrazione americana ha scelto di dare una stretta su ogni tipo di droga, anche quelle leggere, in risposta agli ultimi dati sull’emergenza sanitaria legata all’utilizzo di stupefacenti e oppiacei. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente Trump sarebbe in procinto di rovesciare la politica più lassista imposta dal predecessore Barack Obama che scoraggiava i procuratori federali a perseguire i reati legati all’utilizzo di droghe leggeri. Una convinzione, quella del presidente Usa, che adesso diventa anche una questione di politica estera e contro cui anche Israele sembra costretto a desistere.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.