Dazi, Iran, Unione europea, Brexit. Il ciclone Donald Trump si abbatte sul G7 di Biarritz e adesso, mentre per mesi siamo stati abituati a sentire parlare di un presidente isolato, bisogna fare i conti con un’altra realtà. Che può non piacere a quotati osservatori che per anni hanno narrato di un’America “alone“, ma che adesso esiste e ne va preso atto: l’amministrazione Usa non è affatto sola. Anzi, la linea politica del presidente americano – sicuramente eccentrica e a tratti non priva di pericoli – sta ottenendo l’effetto sperato dai suoi strateghi.

Il capo della Casa Bianca, criticato in maniera pesantissima dai suoi oppositori per il suo eclettismo, si è presentato a questo G7 francese assumendo da subito la guida del summit. Altro che i leader europei: il vero mattatore è stato proprio The Donald, che in poche ore ha già fatto capire chi fosse a dettare l’agenda del vertice. Con in mano il dossier Iran e la guerra dei dazi con la Cina, il presidente degli Stati Uniti è sbarcato nella patria di Emmanuel Macron innanzitutto con una minaccia rivolta al padrone di casa: dazi verso i vini francesi. Un ultimatum da non prendere sottogamba, visto che Washington non sembra andarci troppo per il sottile nelle sfide commerciali. E se alla minaccia cui è arrivata la timida risposta di Donald Tusk – “Reagiremo” – subito dopo il presidente Usa ha chiesto a Macron un pranzo privato per discutere direttamente col suo omologo francese.

Un segnale inequivocabile: per Washington la minaccia dell’Unione europea non conta. A Trump interessa parlare faccia a faccia con i singoli leader dell’Ue, respingendo l’ipotesi di incontri multilaterali. Il problema dell’amministrazione americana riguarda, anzi, proprio l’Europa a trazione franco-tedesca e l’idea che Berlino possa aver costruito un sistema che le permette di espandersi a discapito dell’altra parte dell’Atlantico. Un moltiplicatore di potenza che gli Stati Uniti guardano con estremo sospetto. Ed è il motivo per cui premono sull’industria tedesca ed è lo stesso motivo per cui Trump ha voluto vedere Macron. Meglio dividere l’asse di Aquisgrana e minacciare dazi piuttosto che trovarsi con un’Unione guidata da Parigi e Berlino.

L’incontro con Macron sembra essere stato proficuo. La minaccia dei dazi sui prodotti francesi ha fatto capire al presidente francese di non poter contrapporsi troppo alla linea Usa. C’è in ballo la strategia mediorientale e quella africana, che Macron non ha mai messo da parte. C’è l’interesse degli Stati Uniti a fare in modo che gli Stati europei non si scindano dalla Nato. E c’è soprattutto l’Iran: che per Trump è un nodo fondamentale da sciogliere. La guerra non la vuole: ma il pantano del Golfo è molto rischioso e Teheran non è disposta a cedere senza garanzie sull’accordo. E la Francia appare la vera potenza Ue in grado di garantire forza politica e militare per contrattare con la Repubblica islamica.

Subito dopo l’incontro con Macron è arrivato il vertice con Boris Johnson. L’asse tra il presidente Usa e “Bojo” appare sempre più solida. E nonostante alcune divergenze strategiche inevitabili (Cina e Iran in primis), l’idea è che la special relationship tra Londra e Washington ora abbia ripreso forza. Johnson vuole andare fino in fondo con la Brexit e Trump è pronto a sostenere questa linea del nuovo primo ministro. Ha incoronato il premier britannico definendolo “l’uomo giusto per la Brexit” e ha confermato l’impegno a un accordo commerciale “molto ampio” con il Regno Unito non appena finirà l’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione. Tradotto: Trump tira dirtto per portare a casa un accordo con Londra e per infliggere un altro colpo all’Unione europea.

Ma non è tutto. Sempre a Biarritz, Trump ha anche lanciato un altro messaggio, ben più importante negli schemi internazionali: l’apertura alla Russia per il ritorno nel gruppo dei grandi. Il presidente degli Stati Uniti si è rivolto al Cremlino dicendo di essere pronto al rientro di Mosca. “Abbiamo un certo numero di persone che vorrebbero vedere la Russia tornare. Penso che sarebbe vantaggioso per molte cose nel mondo, sarebbe positivo” ha detto il The Donald. Un’apertura che rientra in quella degli scorsi giorni sia dello stesso leader americano che del presidente francese Macron. Interessati a convergere per trovare un compromesso con Vladimir Putin e sfidando lo stallo imposto dall’Unione europea e dallo Stato profondo americano. Altro segnale che da Washington soffia un vento diverso, che può piacere o meno, ma che di sicuro non ha portato a quell’isolamento sperato da molti.

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