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Gli Stati Uniti hanno deciso: contro la Corea del Nord sceglieranno la via delle sanzioni economiche più dure che si siano mai viste.  Secondo la bozza di risoluzione pervenuta all’Observer, gli Stati Uniti chiederanno alle Nazioni Unite di imporre cala Corea del Nord un embargo petrolifero, un blocco navale parziale, lo stop alle esportazioni tessili e la fine degli accordi di assunzione di manodopera nordcoreana da parte di Paesi stranieri. La delegazione americana ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di discutere la bozza, già in queste ore, nel tentativo di forzare la mano nei confronto di Kim Jong-un dopo l’ultimo test nucleare nella base militare di Punggye-ri. Il linguaggio della risoluzione, se confermato il contenuto della bozza pervenuta alla testata britannica, sarebbe per certi versi sorprendente e lascerebbe molti dubbi sulla reale effettività di un tale progetto di sanzioni. In particolare, a destare maggior perplessità, è il passaggio in cui si autorizzano le navi di qualsiasi Stato membro delle Nazioni Unite a ispezionare ogni tipo di battello battente bandiera della Corea del Nord, sia civile che militare, soltanto se sospettato di trasportare carichi vietati. Il tutto, con l’aggiunta di autorizzare le navi dei Paesi membri dell’Onu ad utilizzare “tutte le misure necessarie per effettuare tali ispezioni”.

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È evidente che questo tipo di imposizione internazionale rischia di creare situazioni di alta tensione nei mari della penisola coreana, soprattutto perché le navi di Pyongyang si sentirebbero immediatamente in dovere di rispondere col fuoco a qualsiasi minaccia di abbordaggio da parte di navi straniere, per di più nemiche come potrebbero essere quelle Usa o degli alleati. Situazioni così complesse, facilmente concretizzabili di fronte a una tale autorizzazione Onu, scatenerebbe reazioni a catena dai difficili contorni e metterebbe seriamente in pericolo la già fragilissima stabilità dei mari coreani

 

Le altre sanzioni presenti nella bozza, se non ad alto rischio di scontri armati come la prima, mostrano comunque un tale inasprimento dell’embargo commerciale, che rischia di mettere veramente a dura prova la popolazione della Corea del Nord, producendo quello che il presidente russo aveva definito “mettere all’angolo” Kim Jong-un. Oltre a vietare qualsiasi esportazione di “greggio, condensati, prodotti petroliferi raffinati e gas naturale liquefatto” verso la Corea del Nord, il progetto di risoluzione chiede anche l’imposizione del divieto di importazione di tessuti dal regime di Kim – che è una delle industrie manifatturiere più importanti del Paese – e la fine dell’assunzione di cittadini nordcoreani da parte degli altri Stati. Tutti metodi che il regime utilizza per ottenere la valuta estera con cui “sostenere i suoi programmi missilistici nucleari e balistici proibiti”. Non deve sorprendere, in particolare, il blocco delle assunzioni di cittadini nordcoreani. Come già accennato in questa testata, e come riportato approfonditamente da uno studio di Associated Press, i cittadini della Corea del Nord sono sostanzialmente “venduti” tramite accordi internazionali anche ai Paesi del Golfo Persico, dove gli emirati locali acquisiscono manodopera a basso costo e in cambio riforniscono di dollari le casse di Pyongyang. Inoltre, va ricordato che i cittadini della Corea del Nord sono tenuti a versare lo stipendio nel proprio Paese, consentendo quindi allo Stato di ottenere ulteriore quantità di denaro straniero – decisamente di maggior valore rispetto al won nordcoreano. E anche Cina e Russia hanno siglato accordi con la Corea del Nord per il trasferimento di lavoratori.

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Se la bozza sarà confermata in sede Onu, sarà certo lo scontro diplomatico (l’ennesimo) fra Stati Uniti, Russia e Cina. Se, infatti, il presidente Trump vuole imporre nuove e più rigide sanzioni per far desistere Kim Jong-un dal proseguimento del progetto nucleare e dai lanci balistici di prova, Putin e Xi Jinping stanno da tempo chiedendo agli americani di lasciar perdere l’inasprimento delle sanzioni per evitare che il governo nordcoreano si senta braccato e possa rispondere in maniera imponderabile. Il governo cinese aveva soprattutto chiesto al governo statunitense di evitare l’embargo petrolifero. Secondo stime della Us Energy Administration, la Corea del Nord importa circa 10mila barili di greggio al giorno: quasi tutti di provenienza cinese. Nel caso Pechino tagliasse completamente l’export di greggio, la Corea del Nord andrebbe incontro alla paralisi. Il problema è che questa paralisi non colpirebbe il governo, ma la popolazione civile. La Corea del Nord potrebbe tagliare l’uso non militare di petrolio in modo da produrre un impatto leggero sui programmi missilistici e nucleari dell’esercito, condannando le persone a vivere senza luce elettrica per alcune ore al giorno (quasi tutta l’energia elettrica proviene dal cherosene) e intensificando l’estrazione di carbone, con danni anche ambientali e sulla salute. Ma quello che è temuto da più parti è soprattutto il modo in cui Kim Jong-un possa rispondere a queste nuove sanzioni, anche se fossero soltanto unilaterali. Il rischio di una risposta eclatante da parte del regime non è da sottovalutare. Senza petrolio, isolato finanziariamente e con il blocco navale sul modello di Cuba, non è detto che Kim possa rispondere per via diplomatica, e potrebbe avviare un’escalation di tensione senza precedenti.

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