Davvero con Donald Trump gli Usa si sono disimpegnati dai fronti caldi? Davvero con la presidenza del tycoon il gigante americano ha progressivamente abdicato a quella funzione di sceriffo del mondo che in parte si era arrogato e in parte gli era stata affidata? Una cosa è certa: spesso, soprattutto in passato, Trump ha promesso agli elettori di “riportare i ragazzi a casa” e di evitare che i quattrini dei contribuenti americani vengano spesi in impegni militari per conto terzi. “Le grandi potenze”, disse una volta Trump con una delle sue frasi a effetto, “non combattono guerre che non finiscono”. E ha ribadito il concetto in numerose riunioni del Governo.

In realtà, Trump ha fatto quasi il contrario. E proprio il settore delle forze armate, con i suoi dati e le sue statistiche, ci aiuta a capirlo. Nel 2016, allo scadere della seconda presidenza di Barack Obama, il numero di soldati americani impegnati all’estero toccò il minimo dal dopoguerra: 193.442, ovvero il 15% di tutti i soldati Usa in servizio attivo (1,3 milioni di uomini e donne). Pochissimi, se pensiamo al numero di soldati che gli Usa schieravano fuori dai confini nazionali nel 1968: 1,2 milioni. In più, bisogna considerare, a proposito di quel 2016, che gran parte degli uomini era dislocato in Paesi assolutamente tranquilli: quasi 39 mila in Giappone, quasi 35 mila in Germania, più di 12mila in Italia, per non parlare dei quasi 9.500 nel Regno Unito e dei quasi mille nel Belgio. Eccezioni parziali Gibuti (1.700) e la Corea del Sud (più di 24 mila), eccezioni totali l’Afghanistan (poco più di 9 mila) e l’Iraq (4.600), teatri di lunghe guerre guerreggiate.

Trump, a dar retta a chi lamenta il disimpegno americano, avrebbe dovuto accentuare quella tendenza. Invece ha fatto l’opposto. È vero, nelle statistiche ufficiali della Difesa Usa, il numero dei soldati impegnati all’estero risulta più o meno uguale a quello degli ultimi tempi di Obama. Ma solo perché è stato adottato un trucco contabile: dal dicembre del 2017 il Dipartimento della Difesa, sulla scorta di non meglio precisate esigenze di sicurezza, ha secretato il numero dei soldati presenti in Iraq, Siria e Afghanistan. Se si aggiungono questi agli altri, la “quota Obama” viene raggiunta e superata. Nel solo Afghanistan, per esempio, Trump ha dispiegato 4 mila soldati in più. E altrettanto ha fatto in altri teatri. Quando la tensione tra Arabia Saudita e Iran è cominciata a crescere, 14 mila soldati sono stati destinati al Golfo Persico, 3.500 dei quali per la protezione degli impianti petroliferi sauditi. Alla Polonia (dove peraltro l’amministrazione Trump progetta di costruire una base militare permanente) sono stati promessi altri mille soldati. E così via.

Per restare alla Polonia, all’Europa e alla Nato. Quanto Trump divenne presidente, solo quattro (Regno Unito, Usa, Estonia e Grecia) spendevano per la Difesa il 2% del Pil, come avevano promesso di fare nel 2014. Ora altri quattro Paesi (Polonia, Lituania, Lettonia e Romania) hanno raggiunto quel traguardo. All’Arabia Saudita, che ha ridotto le spese per la Difesa dagli 87 miliardi del 2015 ai 67 del 2019, Trump di recente ha intimato di invertire la rotta o di pagare il giusto per la protezione americana.

Pagare è un altro verbo chiave. Il 5 gennaio di quest’anno, Trump ha annunciato col solito tweet che gli Usa “hanno appena speso due trilioni di dollari (ovvero, duemila miliardi di dollari, Nda) in nuovi equipaggiamenti militari”. Una classica affermazione “alla Trump”, dove il vero e l’esagerazione si confondono. Secondo gli esperti (per esempio Todd Harrison, ricercatore presso il Center for Strategic and International Studies), la spesa in veri equipaggiamenti, da quando Trump è presidente, si aggira sui 420 miliardi di dollari. Il resto è andato in spese per operazioni militari, personale, manutenzione e soprattutto ricerca e sviluppo. Comunque sia, un impegno economico nel settore della Difesa con pochi precedenti, e con qualche punta record. Per esempio, i 34 miliardi di dollari spesi in un colpo per comprare cacciabombardieri F35, la più grande singola commessa nella storia del Pentagono.

Sulla disponibilità della Casa Bianca trumpiana a spendere per la Difesa e a impegnare le forze armate americane fuori dai confini nazionali non ci possono quindi essere dubbi. Gli osservatori più esperti sono semmai scettici sul grado di preparazione delle truppe e sull’efficienza della catena di comando. Il sito ProPublica ha analizzato un anno e mezzo di “vita” delle forze armate e ha compilato un impressionante elenco di incidenti, lontani dai fronti di guerra, in cui hanno perso la vita decine di soldati. Istruzioni mal trasmessi o mal capite, equivoci, ordini incomprensibili, persone non qualificate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Errori a volte grotteschi che gettano un’ombra sulle capacità operative del più grande esercito del mondo. Il problema starebbe, insomma, in ciò che il denaro non può comprare. Ma questo è un altro discorso.

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