Donald Trump vive nel suo attico di tre piani nella Trump Tower. Uno spazio sospeso che sembra quasi un paradiso. Si tratta di un grattacielo di 58 piani, situato al numero 721 di Fifth Avenue, all’angolo con la 56th strada. È stato l’edificio più alto del tycoon fino alla costruzione della Trump World Tower ed è, dalla sua costruzione, la sede operativa della Trump Organization. E’ da qui che parte la corsa di The Donald alla Casa Bianca e nel raccontare la sua campagna elettorale diventa obbligatorio soffermarsi sull’intera città. Chi vuole raccontare New York, d’altra parte, non può non fermarsi a tratteggiare la fisionomia, l’anima e le fattezze dei suoi “re”.La città che non dorme mai si può riassumere in una parola: pop. Pop come i suoi grandi, le stelle del cinema che ci vivono e i big della musica che la respirano. Pop come le note che escono a tutto volume dalle frequenze radio o da un altoparlante di Central Park. Pop come è popolare lo stadio degli Yankees o il Madison Quare garden. Pop come i suoi locali, i suoi aperitivi negli attici dei grattacieli e pop come è pop uno dei suoi milionari: Trump, appunto. Far raccontare la corsa di Trump ai re di questa New York lascia subito spiazzati. Dovrebbero amarsi, ma si odiano. Cosa vorrà dire avere un presidente newyorkese è la prima domanda che viene in mente. Se la corsa fosse raccontata in un film con Robert De Niro sarebbe “Toro scatenato”. Se fosse una canzone di Lady Gaga sarebbe “Poker Face”. Se invece fosse un rima di Jay-Z sarebbe “Empire State of Mind”. E The Donald, nonostante tutto, sembra essere uno di loro: il re folle della Grande Mela. Distante anni luce dalla cultura del conservatorismo puro americano.Tutti questi personaggi hanno in comune di essere nati a Manhattan e essere diventati dei leader assoluti nei loro affari. La città li ha plasmati. Sono cresciuti nelle strade e respirato l’aria fritta di Chinatown. La vecchia Little Italy. E il Bronx. Ogni via qui ha una storia a sé quando manca ormai poco al giorno del voto. La campagna elettorale americana è in pieno svolgimento. Tra urla sguaiate, frasi choc e mail trafugate, gli Usa si preparano a eleggere il loro 45esimo presidente e potrebbe essere il peggiore. Non è un caso che questa stramba tornata elettorale sia guidata da due che a New York hanno costruito un impero fatto di cemento (lui), di consensi e vittorie politiche (lei, Hillary Clinton). E in questo quadro fare un ritratto di Trump è fare un ritratto della città che lo ha partorito. Quella città che fu di bande e immigrati raccontata in “Gangs of New York” di Martin Scorzese o la città fatta di individui e storie private raccontate da Paul Auster in “Trilogia di New York”. Mentre ci si chiede cosa stia accadendo nel mondo politico americano, viene insomma naturale riflettere su eletti ed elettori della East Cost.Parlare di New York e del fenomeno Trump è innanzitutto la storia dell’eterna contrapposizione tra la Grande Mela e la pancia dell’America. Non è scontato parlare di “New York values” come quel fenomeno tutto legato alla costa Est in cui la violenza, la dissolutezza, l’arroganza e la boriosità la fanno da padroni. Qualcosa che si discosta dal conservatorismo delle aree interne del paese. Chi nei mesi scorsi ha provato a raccontare Trump usando queste lenti ne ha tirato fuori un dipinto dalle mille sfumature. Quando, in particolare, Ted Cruz, senatore del Texas, durante le primarie (parliamo dello scorso aprile, ndr) ha attaccato “i valori di New York” sapeva esattamente quello che stava facendo. Puntare a demonizzare New York, la sua gente, la posizione che occupa nella cultura americana e, sì, i suoi valori che a detta di molti non esprimono il volto migliore del partito repubblicano. Come detto si tratta dell’eterno scontro tra le coste e il cuore del conservatorismo. E, a proposito, Cruz ha detto: “Mentre sono in viaggio per il paese mi rendo contro che in Iowa, New Hampshire, South Carolina, Nevada, tutti sanno quali sono i valori di New York”. E non convincono.L’avversione per New York nel Gop d’altra parte non è una novità. New York è storicamente la sede di alcuni tra i repubblicani più liberal della nazione. Dal senatore Jacob Javits, il governatore Nelson Rockefeller e sindaco di New York John V. Lindsay. Ma questa città è anche molto altro. E’ i suoi vigili del fuoco e quei poliziotti eroi dell’11 settembre. E’ Rudolf Giuliani e la sua tolleranza zero. Sono quelle migliaia di famiglie immigrate che non hanno perso un giorno nella loro vita per dimostrare quanto credessero nel sogno americano. E’ la faccia pulita di questa metropoli che non ha eguali al mondo per dimensioni e socialità. E’ il suo popolo e Trump non è tra loro. I giornali di New York, le banche di New York, l’arroganza di New York giocano in questo contesto una partita a sé. Ma i “re” di New York, quei personaggi fatti di luci e gloria del jet-set americano, non sanno che The Donald assomiglia soprattutto a loro. Loro, i primi a sparare a zero contro il candidato del Gop. Quasi un paradosso.Vanno tutti all’attacco, all’unisono, contro Trump. Senza pensare che in fondo questo re folle alla soglia dei 70 è e sarà inevitabilmente parte del loro mondo. Come una forza uguale e contraria che disintegra qualsiasi attacco, la natura di The Donald fabbrica oppositori e delusi. Ma Trump è più vicino allo showbiz di quanto si pensi. Dal Bronx a Fifth Avenue. Da Brooklyn a Ground Zero. Come in un brutto sogno i cittadini sono chiamati a scegliere il nuovo presidente barricati dietro l’imperativo: “Not Trump, not Hillary”. Questo è parte del dna newyorkese. Gli attori e i cantanti, le stelle degli Usa sono pronti ad attaccare il vecchio milionario ignorando la trumpedine che vive nella parte più nascosta di loro stessi. Sono tutti contro Trump, ma in ognuno c’è una parte di sé. E non resta che riflettere sulle parole di Dennis, personaggio poco più che comparsa nella pellicola “Smoke”, anno 1995: “Se la vita è sogno, cosa succede al risveglio?” Ecco cosa ci diranno le urne. Dopo lo choc di questa campagna elettorale, a bocce ferme, cosa resterà? Magari ce lo diranno film e canzoni. E quei “re” canteranno l’arroganza della metropoli che avrebbe potuto avere il suo primo presidente. Un re tra i re, ma senza pubblico.

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