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L’elezione del presidente Trump è stata sempre vista da molti osservatori come una possibilità per la Russia di ripristinare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti dopo la caduta in verticale nell’era della coppia Obama-Clinton. L’elezione di Hillary Clinton sarebbe stata un colpo durissimo per i rapporti fra i due Stati, dal momento che l’ex segretario di Stato e il suo entourage consideravano e continuano a considerare Vladimir Putin come il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ha vinto Trump, eppure le cose non sembrano essere per niente migliorate fra la Casa Bianca e il Cremlino, tanto che più volte, specialmente da parte russa, ci sono state dichiarazioni sul peggioramento dei rapporti bilaterali fra i due Paesi. Il motivo è molto semplice, ed è da ricercare nel fatto che le promesse d Trump sul riavvicinamento a Mosca sono state disattese dagli Stati Uniti non soltanto a causa dell’opposizione interna dell’establishment Usa, ma anche da alcune prese di posizione dello stesso presidente americano che hanno certificato l’incapacità del Cremlino di comprendere e avvicinarsi esso stesso a Washington.

Sul fronte interno, è chiaro che Donald Trump, nei confronti della Federazione russa, ha le mani legate. Il presidente Usa è un presidente ricattabile. Il Russiagate è una macchina mediatica ma prima ancora giudiziaria che sta assediando la presidenza e tagliando come una mannaia tutto quanto poteva essere considerato vicino a una politica “filorussa” all’interno dei consiglieri di The Donald. Il Congresso, espressione di quell’establishment contrario a qualsiasi tipo di ripristino delle relazioni con Mosca, ha continuamente chiesto al presidente di interrompere goni tipo di legame con persone legate direttamente o indirettamente alla Russia. E le sanzioni imposte alle grandi aziende russe e a persone legate in qualche modo al gruppo di potere del presidente Putin, sono state emblematiche di questa forte capacità del deep-State di incidere sulla politica americana molto più dello stesso presidente. Lo Stato profondo Usa ha utilizzato i rapporti con la Russia come un grimaldello con cui scardinare il circolo di Donald Trump, e questa visione è stata sostenuta Dmitri Suslov, esperto di relazioni russo-americane al Valdai Club che all’Agi ha detto come la Federazione russa si sia trasformata “nello strumento della lotta politica interna americana, il mezzo con cui dal 2016 l’élite cerca di indebolire il capo di Stato e mostrarlo come illegittimo”. E qualora Trump volesse effettivamente tentare un avvicinamento alle posizioni politiche russe, o mostrare, in via generale, la volontà di giungere a una nuova forma di cooperazione, tutto ciò sarebbe letto come l’ennesima prova del legame con Mosca e quindi la veridicità del sistema accusatorio creato ad arte con il Russiagate.

Detto questo, non va neanche assegnato un ruolo eccessivamente sommesso al presidente degli Stati Uniti. Intendiamoci, pressioni ci sono state e continuano a esserci, ma è del tutto evidente che Trump non ha comunque fatto granché per evitare la russofobia imperante all’interno della classe dirigente americana, né ha fatto da tappo alle iniziative di confisca delle sedi diplomatiche Usa, né ha compiuto passi distensivi in politica estera riguardo alla stessa sfera d’influenza russa. Il presidente Usa non ha attaccato direttamente la Russia, ma anche con le sue scelte e le sue parole in politica estera ha, di fatto, colpito sia la Russia sia gli Stati alleati, sia l’architrave della stessa diplomazia di Mosca. Basta riflettere sulla questione coreana, sullo scontro con il Venezuela, con quello con Cuba, ma in generale a tutta la sua azione unilaterale e muscolare nei confronti degli altri Stati, vista con enorme preoccupazione dal Cremlino. Lo scontro con l’Iran, in particolare, è un tema di profonda preoccupazione per il sistema di alleanze russe in Medio Oriente, così come la questione siriana, mai del tutto risolta e in cui Trump non si comprende esattamente cosa voglia fare. Insomma, nonostante tutto, Trump poteva fare di più, secondo il Cremlino, ma non l’ha fatto. Ed è consigliato da persone, specialmente al Pentagono, che di sicuro non lo aiuteranno a prendere decisioni favorevoli al consolidamento dei rapporti con Mosca.

Il problema principale, ad oggi, è che nell’amministrazione Usa, come ricordato da Suslov, “non ci sono figure interessate personalmente al miglioramento delle relazioni con Mosca, dopo l’uscita di scena di Michael Flynn”. C’è forse Rex Tillerson, ma è un segretario di Stato messo completamente in ombra dallo strapotere dei militari e dalla forza mediatica (e dalla veemenza diplomatica) del presidente. Il rischio è che la politica interna sovrasti l’obiettività nelle scelte di politica estera e che gli Stati Uniti facciano collassare la già debole struttura degli accordi con la Russia. Accordi che invece devono interessare perché riguardano non soltanto il futuro dei due Paesi ma anche il destino di buona parte del mondo. Basti pensare alla crisi coreana, a quella siriana, a quella ucraina, ma anche alle sfide del futuro, a cominciare dal terrorismo fino al clima o alle risorse energetiche. C’è bisogno di una cooperazione fra questi due colossi. Ma sembra che in America siano in pochi a volerlo.

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