Diventa fotografo professionista con noi
Iscriviti alla masterclass

La politica per il Medio Oriente non solo di Donald Trump ma anche degli Stati Uniti è stata spesso definita caotica. Difficile riconoscere, almeno nelle ultime amministrazioni americane, un piano strategico chiaro. Le mosse appaiono dettate più dalla contingenza che da idee a lungo termine. Ma le recenti decisioni della presidenza americana, a cominciare dalle sanzioni all’Iran (problema di lungo termine) e alle decisioni sulla Turchia e l’attacco alla lira turca, sembra quanto meno dare una nuova prospettiva.

Non è vero che Washington non ha una strategia chiara per il Medio Oriente. C’è, ed è quello di evitare che una potenza possa emergere quale potenziale competitor degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella regione.

Questa prospettiva esiste ed è perfettamente chiara anche con la nuova amministrazione Trump. L’assedio all’Iran e quello alla Turchia nascono anche dal fatto che questi due Paesi rappresentano gli unici in grado di poter dare del filo da torcere al sistema di alleanze impostato da Washington e composto, in particolare, da Israele e monarchie del Golfo. 

Chiaramente si parla di due Stati molto differenti, con partnership e strategie non assimilabili. L’Iran è nemico per natura degli Stati Uniti dalla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini. La Turchia, invece, è un Paese che solo in questi ultimissimi anni è diventato un problema per l’America, dopo che Recep Tayyip Erdogan ha deciso di virare verso una politica il più possibile autonoma da Washington nonostante l’appartenenza alla Nato. Questi due Paesi rappresentano sfide che gli Usa hanno deciso di interrompere prima che fosse troppo tardi. E l’attacco alla lira turca rappresenta, dopo le sanzioni, la vera grande stretta contro Erdogan. 

Ma il gioco di Trump e di tutta la politica americana rischia di essere quello di un equilibrista che cerca di tenersi il più possibile in piedi su un sottilissimo filo che prima poi potrebbe spezzarsi. Colpire i singoli Paesi per evitare che essi diventino competitivi nella leadership mediorientale, rende difficile capire fin dove possa arrivare questo modello strategico. E il pericolo che tutto ciò si trasformi in un boomerang per Washington, non è lontano come sembra. Perché colpire singolarmente e in tempi diversi, potrebbe anche essere utile alla causa statunitense. Ma colpire più obiettivi contemporaneamente comporta anche due possibili conseguenze:

che i Paesi colpiti saldino le proprie posizioni costruendo un blocco unico. Erdogan per esempio aveva quasi mollato sul fronte del blocco di Astana, ricucendo rapporti positivo con il Pentagono per il nord della Siria e l’alleanza con la Nato. Ora, invece, dopo aver colpito contemporaneamente Iran, Russia e Turchia, quel blocco diventa politicamente ancora più compatto;che altre potenze regionali inizieranno a domandarsi fin dove sia possibile essere libere di sviluppare la propria strategia senza essere colpiti dalla mannaia di una superpotenza che ha la sua (legittima, ma opinabile) idea su una regione del mondo.

In questo gioco sanzionatorio la formula è molto semplice: si colpisce nel momento in cui la sanzione è l’unico strumento pere piegare la volontà di un governo scomodo. Ma se da un punto di vista politico è quasi scontato, seppur del tutto criticabile, che Washington sanzioni l’Iran colpendo il suo sistema economico e la società civile, fa riflettere il caso turco.

La Turchia di Erdogan si può considerare una vera e propria mina vagante del sistema mediorientale. Ma resta un Paese Nato e con profondi legami commerciali e politici con Israele e Unione europea, oltre che un partner fondamentale per il Pentagono per ciò che riguarda l’intelligence e la presenza delle basi Usa, in particolare quella di Incirlik. Dare un segnale così forte – perché questo è – a Erdogan, potrebbe indurre un effetto domino ben diverso da quanto pianificato alla Casa Bianca. Perché colpire un avversario strategico come l’Iran ha una legittimazione politica che non può avere un attacco a un alleato come la Turchia.

La situazione è ben diversa e rischia di creare un terremoto nel fianco sudorientale della Nato ancora difficilmente quantificabile. Soprattutto perché il Sultano non aspettava altro che un passo del genere da parte degli Stati Uniti per provocare una crisi che ne esaltasse i toni religiosi e nazionalisti. Sotto questo profilo, basta vedere la risposta di Erdogan al crollo della lira: “Loro hanno il dollaro, noi abbiamo Allah”.

Ed è una risposta che può dare solo un uomo profondamente legato al consenso della masse popolari e soprattutto in cerca di un punto di scissione con l’Occidente per declinare la propria politica.

Per ora, a Washington sembrano convinti che questo sia l’unico metodo per convincere definitivamente qualche leader troppo indipendente a desistere dai propri obiettivi. Il rischio è che però si arrivi a non comprendere la portata complessiva dell’attacco. L’equilibrismo di Trump che salta da una sanzione all’altra con successivo gioco di aperture e chiusure verso gli Stati colpiti, può essere una tattica utile nell’immediato. Ma la strategia on può prevederlo come metodo. Le decisioni di Erdogan, in questo senso, ci aiuteranno a capire molte cose.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.