Una minaccia mascherata da consiglio, ma a ben vedere anche un avvertimento genuino. Donald Trump ha avvisato la Cina che, nel caso in cui a Hong Kong si verificasse una repressione violenta in stile piazza Tienanmen, gli Stati Uniti sarebbero pronti a interrompere i colloqui commerciali con Pechino. Alla fine Washington ha iniziato a usare i fatti di Hong Kong per far sudare freddo Xi Jinping, metterlo con le spalle al muro e fargli capire di calibrare a dovere le poche mosse che ha a disposizione. Il governo cinese ha stipato una parte dell’esercito a Shenzen, al confine con l’ex colonia britannica e, secondo alcuni, i militari sarebbero pronti a intervenire con la forza da un momento all’altro per silenziare i manifestanti hongkonghesi. Trump ha voluto chiarire la situazione: no a un nuovo massacro come Tienanmen.

Guerra dei dazi e proteste di Hong Kong

“Penso sia molto difficile raggiungere un accordo se useranno la violenza, cioè se ci sarà un’altra piazza Tienanmen. Sarebbe molto difficile se ci dovesse essere l’uso della violenza”. Così Trump ha lanciato una freccia dritta nel cuore della Cina, unendo in una frase breve e concisa i due grandi temi che non fanno prendere sonno ai piani alti del Partito comunista cinese: la guerra dei dazi e le proteste di Hong Kong. Il presidente americano, prima di usare queste parole, ha aspettato di entrare in una fase cruciale per i negoziati tra i due paesi; nei prossimi giorni, infatti, sono previste telefonate programmate che potrebbero far riprendere le negoziazioni tra i rispettivi funzionari. Trump sembra quasi che voglia prendere la Cina per sfinimento, farla giocare su due tavoli – Hong Kong e i dazi – e sperare che i rappresentanti del Dragone siano poco lucidi nell’affrontare correttamente e contemporaneamente due diversi campi di battaglia. Pechino, dal canto suo, sta temporeggiando in attesa del momento giusto per reagire, anche se in questo momento il governo cinese non ha una strategia ben precisa.

La campagna di disinformazione mossa da Pechino

Nel frattempo la Cina è intervenuta su Hong Kong usando i suoi hacker e lasciando, almeno per il momento, i cannoni dei carri armati puntati verso terra. Secondo quanto riferito da Twitter, il governo cinese avrebbe utilizzato il medesimo social network per “seminare discordia politica a Hong Kong”. Sono infatti stati rinvenuti 936 account il cui obiettivo è “screditare la legittimità politica del movimento di protesta” del movimento a difesa della democrazia venutosi a creare nell’ex colonia britannica. Twitter ha quindi sospeso tutti e 936 gli account, sottolineando come facessero parte di una palese campagna di disinformazione basata su una serie di fake news riguardanti i fatti di Hong Kong. “Sulla base di nostre approfondite indagini – ha aggiunto in una nota lo stesso Twitter – abbiamo prove credibili che si tratti di un’operazione coordinata e sostenuta dallo stato. Abbiamo identificato gruppi di account che si comportavano in modo coordinato per amplificare messaggi relativi alle proteste di Hong Kong”. Anche Facebook è entrato in azione rimuovendo sette pagine, tre gruppi e cinque account coinvolti nella medesima campagna di disinformazione.

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