La Russia di Vladimir Putin è sempre più isolata dal mondo occidentale, soprattutto dopo il caso-Sergej Skripal. Le accuse di Londra sull’avvelenamento dell’ex spia russa e della figlia Yulia sono state l’inizio di una guerra diplomatica senza precedente. E gli Stati Uniti si sono uniti alle affermazioni britanniche, con espulsioni di massa dei diplomatici di Mosca. E conseguente risposta della Federazione russa.

Ma mentre tutto sembra andare a colpire i rapporti fra i due Stati, ecco che arriva Donald Trump. Il presidente Usa non ha mai negato di volere un approccio diverso con il Cremlino. Meno rigido, meno legato al vecchio schema da Guerra fredda: tendenzialmente incline al dialogo. Ed è così che nel vortice anti russo, spunta l’invito del presidente americano a Putin per un incontro a Washington.

La rivelazione dell’invito

Juri Ushakov, consigliere del presidente russo, ha rivelato alla stampa che nella telefonata del 20 marzo, Trump ha proposto di organizzare un incontro alla Casa Bianca. Proposta che ha visto una buona accoglienza da parte di Putin, tanto che il Cremlino si è detto fiducioso di iniziare i preparativi per un incontro tra i due leader. Una fiducia che, come ha ammesso lo stesso Ushakov, è stata colpita dal deterioramento delle relazioni bilaterali dopo il caso Skripal.

In seguito a queste dichiarazioni, la Casa Bianca ha subito cercato di smorzare le aspettative sulla possibilità di un annuncio imminente su un vertice fra i due leader. La portavoce di Trump Sarah Sanders ha ricordato che, in quella chiamata, entrambi i leader hanno parlato della possibilità di tenere un incontro a breve termine in “una serie di sedi potenziali, compresa la Casa Bianca”. Quasi a voler dire che non fosse stata una proposta del presidente Usa.

L’importanza di questo possibile incontro

Un invito ufficiale alla Casa Bianca sarebbe una vittoria per entrambi i leader. Per Putin, sarebbe la realizzazione di uno progetto agognato da sempre, e cioè dimostrare al mondo di non essere il leader dipinto dall’occidente. E questo lo farebbe proprio grazie a Trump, con il quale non ha mai negato la possibilità di instaurare un dialogo, nonostante periodi di gelo. Una vittoria comprensiva anche di un colpo molto duro agli apparati Usa contrari alla Russia.

Per Donald Trump, la vittoria contro i suoi oppositori sarebbe evidente. Il presidente si mostrerebbe all’opinione pubblica americana e internazionale come il presidente del disgelo. E nonostante i rischi legati alle accuse del filone d’indagine del Russiagate, darebbe un segnale molto importante a tutto l’establishment Usa: a decidere è ancora lui. E questo nonostante ci siano molti segmenti dello Stato profondo contrari a qualsiasi avvicinamento con Mosca.

I due presidenti hanno avuto il loro primo incontro ufficiale lo scorso luglio in Germania. Una stretta di mano che ha fatto il giro del mondo e che per molti è stato il momento in cui i due leader hanno siglato un tacito patto sulla Siria. In quella stretta di mano, il cenno d’intesa fu evidente: Trump e Putin volevano raggiungere un accordo. E sembra che lo abbiano raggiunto, quantomeno sulle de-escalation zones. E il loro faccia-a-faccia sembra essere stato molto importante.

Il secondo incontro è avvenuto a novembre, in occasione di un vertice in Vietnam. Anche in quell’occasione, gli apparati sia russi che americani non sembravano particolarmente contenti di un possibile vertice. Poi ha avuto il sopravvento la volontà dei due presidenti e ci fu una bozza di accordo, ancora sulla Siria, riguardo a una soluzione politica del conflitto.

Sono stati incontri non solo interessanti, ma soprattutto forieri di notizie positive per ciò che riguarda le relazioni fra i due Stati. L’idea che è sempre scaturita da questi vertici, è che se esistono apparati che non vogliono una soluzione pacifica alla disputa fra Mosca e Washington, esiste la volontà dei due leader di avere il sopravvento sulle rispettive burocrazie. Non una cosa semplice, soprattutto per Trump, che vive sotto la scure della giustizia e sotto le accuse di legami con il Cremlino dall’inizio della campagna elettorale. Ma c’è da sperare in quest’asse umana, più che fra Stati, se si vuole avere una prospettiva migliore sul mondo.

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