La telefonata di Donald Trump a Vladimir Putin dopo la vittoria alle elezioni russe ha suscitato reazioni in America. I media martellano scandalizzati la Casa Bianca, come anche i neocon (vedi Wikley Standard, rivista dell’area), e parte dell’apparato militar industriale. 

L’ex Capo della Cia John Brennan ha addirittura affermato che la sua arrendevolezza a Putin deriverebbe da oscuri e non meglio specificati ricatti russi.

Il presidente degli Stati Uniti si è difeso con un tweet: “Ho chiamato il presidente russo Putin per congratularmi con lui per la sua vittoria elettorale (in passato, anche Obama lo aveva chiamato). I Media Fake News sono impazziti perché volevano che lo criticassi aspramente. Si sbagliano! Andare d’accordo con la Russia (e altri) è una buona cosa, non una brutta cosa….”.

L’accordo con i russi, ha spiegato nel tweet successivo, può “aiutare a risolvere problemi con la Corea del Nord, la Siria, l’Ucraina, l’Isis, l’Iran e persino la prossima corsa alle armi. Bush ha cercato di andare d’accordo con loro, ma non aveva ‘acume’. Obama e Clinton ci hanno provato, ma non avevano l’energia o la chimica”.

Peraltro i due presidenti hanno parlato anche di un loro incontro, che Trump ha specificato avverrà “in un futuro non troppo lontano”. 

Il presidente americano Usa ha fatto di testa sua, senza consultare i suoi consiglieri, i quali hanno protestato sia per le congratulazioni, che avevano decisamente sconsigliato, che per l’annuncio del possibile incontro con Putin, del quale non si era parlato affatto nel briefing che aveva preceduto la telefona (lo rivela il Washington Post).

Il quotidiano americano ricorda che questa è la seconda telefonata in un mese tra i due presidenti e l’intervista rilasciata di recente da Putin alla Nbc, nella quale elogiava il pragmatismo di Trump.

È evidente che i due sono determinati a instaurare un dialogo reale. Come è evidente il contrasto da parte di ambiti internazionali che spingono per uno scontro frontale Usa-Russia.

Nella tempesta, la Gran Bretagna sta tentando di rilanciarsi sul piano internazionale, dopo l’appannamento causato dalle varie tribolazioni che hanno afflitto il governo di Theresa May, proponendosi come Paese leader della falange anti-russa.

Com’è evidente dalla gestione del caso dell’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal, che ha portato Londra in urto con Mosca, e dalle dichiarazioni incendiarie del ministro degli Esteri Boris Johnson, il quale ha paragonato Putin addirittura a Hitler.

Una narrativa che sta montando (vedi Piccolenote), usata spesso e a sproposito per giustificare le guerre neocon (Milosevic come HitlerSaddam come HitlerAssad come Hitler).

Quella di Johnson è una caduta di stile notevole, tanto che Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha potuto facilmente ribattere che il paragone “è inaccettabile per un Paese come il nostro che ha perso milioni di vite per combattere il nazismo, lo ha sconfitto sul suo territorio e ha liberato l’Europa”. Si potrebbe aggiungere che furono i russi, e non altri, a liberare Auschwitz, ma forse è superfluo.

Occorre riconoscere che Trump è stato coraggioso: mettersi contro tanti e potenti comporta rischi notevoli. Farlo mentre contro di lui infuria la tempesta (Russiagate, scandalo Facebook) è ancora più notevole.

Nessuno in Occidente si sta esponendo per la riconciliazione Oriente-Occidente, neanche quei leader politici che, nel segreto, ne condividono la linea. A parte, a sorpresa, il laburista britannico Jeremy Corbyn.

Un binomio stridente quello Corbyn-Trump, ma che indica come la battaglia che attraversa l’Occidente ha caratteristiche trasversali.

Perché più che una battaglia pro o contro la Russia è anzitutto una battaglia per la tenuta della democrazia e della libertà di pensiero e di informazione, che la furia maccartista rischia di travolgere.

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