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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è arrivato a Washington, dove oggi incontrerà il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca. Nell’agenda dei colloqui tra i due leader c’è anche, oltre alla questione siriana e a quella della rete del leader dell’opposizione, Fetullah Gülen, l’acquisizione da parte della Turchia dei sistemi missilistici da difesa aerea russi S-400. Trump punta infatti, tramite l’arma del rapporto personale, a convincere Erdogan a rinunciare agli S-400 offrendo in cambio il rientro della Turchia nel programma F-35.

Gli Stati Uniti sono molto preoccupati per la sicurezza della Nato e del programma F-35 per l’ingresso del sistema S-400 nella sua rete difensiva. Lo ha ribadito domenica 10 novembre proprio il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien alla Cbs. “Siamo molto turbati” e se la Turchia non si sbarazzerà del sistema, ha detto O’Brien, il Paese “sentirà l’impatto” delle sanzioni approvate dalla maggioranza bipartisan al Congresso. “Non c’è posto nella Nato per acquisti di sistemi militari russi”, ha proseguito il neo consigliere per la sicurezza nazionale “questo è un messaggio che il presidente gli consegnerà (a Erdogan n.d.r.) in modo molto chiaro quando sarà qui a Washington”.

Terminate le consegne del primo lotto di S-400

Frattanto la Russia comunica che le consegne del primo lotto degli S-400, cominciate lo scorso luglio, sono terminate proprio in questi giorni e in anticipo sul programma. Lo ha annunciato Aleksander Mikheev, direttore generale di Rosoboronexport, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Ria Novosti. “Nonostante le sanzioni, abbiamo consegnato in anticipo tutti i componenti dei sistemi di difesa aerea S-400” ha affermato Mikheev ed il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha dichiarato che il sistema sarà pronto per entrare in servizio la prossima primavera.

Intanto un secondo lotto di S-400 sarà consegnata entro la fine del 2020 come riferito dal sottosegretario di Ankara per l’industria della difesa, Ismail Demir. “Per quanto riguarda la seconda fornitura di S-400, stiamo cercando di avviare una collaborazione in termini di produzione e un trasferimento di tecnologie: tali modifiche potrebbero comportare un lieve ritardo nella consegna, che avverrebbe comunque entro la fine del 2020”. La consegna del secondo lotto andrebbe così a completare il contratto tra Russia e Turchia stipulato a dicembre del 2017 del valore di 2,5 miliardi di dollari per l’acquisto di due batterie dei nuovi sistemi missilistici da difesa aerea.

La carta di Trump

Il presidente americano cerca di raggiungere un accordo con Erdogan sfruttando il proprio rapporto personale. L’inquilino della Casa Bianca ci ha abituato in questi anni a questo tipo di diplomazia molto “individuale” e in questo caso cercherà di sedurre il premier turco offrendo non solo il rientro di Ankara nel programma F-35, ma anche un accordo commerciale del valore di 100 miliardi di dollari.

La Turchia, estromessa temporaneamente dalla partnership per l’F-35 proprio a causa dell’acquisto degli S-400, era infatti uno dei Paesi costruttori – se pur di terzo livello – del nuovo caccia stealth di quinta generazione targato Lockheed-Martin. Ankara aveva un’opzione per 100 velivoli complessivi del tipo F-35A a decollo e atterraggio convenzionali, ed aveva già firmato l’accordo per la prima tranche di 30 macchine, ma le industrie turche erano anche coinvolte nel programma per un controvalore di circa 12 miliardi di dollari provvedendo alla fornitura di parti del velivolo per tutta la flotta di F-35 presenti nelle varie forze aeree del mondo.

Le maggiori fornitrici di pezzi made in Turkey erano la Alp Aviation, Ayesaş, Kale Aerospace, Kale Pratt & Whitney and TAI. In particolare la parte centrale di fusoliera sia in materiale composito che metallico, il rivestimento della presa d’aria del motore e i piloni per l’armamento aria-terra erano fabbricati dalla Tai; il mozzo posteriore del motore F135, i dischi in nickel-titanio e altre parti strutturali dalla Alp Aviation; il display panoramico dell’abitacolo e componenti dell’interfaccia in remoto per i missili aria-aria dalla Ayesaş; altre parti della struttura della fusoliera e della ali dalla Kale Aerospace mentre alcuni altre componenti della turboventola F135 dalla Kale Pratt & Whitney, succursale locale della ben nota fabbrica di motori aeronautici americana.

Questo tipo di partnership industriale, ovvero con la cessione di tecnologia, è requisito fondamentale per la Turchia che punta all’implementazione delle capacità della propria industria bellica col fine di essere autosufficiente: non è un mistero che il progetto del nuovo caccia turco, il TF-X, peschi a piene mani dal progetto dell’F-35. La carta vincente di Mosca, rispetto a quella di Washington, per i sistemi da difesa aerea è stata proprio questa: nonostante le più favorevoli condizioni economiche messe sul piatto dagli Stati Uniti per il sistema Patriot, la Turchia ha optato per gli S-400 proprio perché la Russia ha offerto la cessione parziale di tecnologia.

A rischio la presenza nella Nato

I colloqui tra i due leader saranno i più delicati di sempre non solo per la questione S-400/F-35. Sul piatto ci sono anche problemi umanitari riscontrati in Siria durante la recente invasione a seguito dell’operazione turca “Sorgente di pace”: Erdogan dovrà infatti spiegare a Trump cosa ci sia di vero nelle accuse di crimini di guerra avanzate verso le milizie filoturche del Sna (Syrian National Army), che sono quelle che in Siria stanno facendo il “grosso” del lavoro unitamente alle 10mila truppe turche.

Esisterebbero dei filmati a comprovare gli abusi perpetrati sulla popolazione curda-siriana nel territorio controllato dall’Ypg ed i due video che documentano quattro presunti casi di crimini di guerra sarebbero stati inclusi in un dossier interno compilato da funzionari del Dipartimento di Stato americano.

Sul tavolo anche la spinosa questione di Fetullah Gülen, il predicatore e politologo ex sostenitore di Erdogan ritenuto da Ankara – a buon diritto – essere la mente del tentato colpo di Stato del luglio del 2016 e attualmente residente in Pennsylvania avendo ottenuto lo status di rifugiato politico: la Turchia ne chiede l’arresto e l’estradizione in quanto accusato di terrorismo e di guidare quella corrente che viene chiamata Organizzazione del Terrore Gülenista (Fetö), ma Washington si è sempre opposta.

Se i colloqui tra i due leader si dovessero risolvere in un nulla di fatto i rapporti tra i due Paesi si incrinerebbero ulteriormente provocando, molto probabilmente, una frattura insanabile che metterebbe a rischio la presenza della Turchia nella Nato e quindi consegnandola nelle braccia della Russia.

Ankara è stata chiara del resto in merito alla questione degli armamenti: “Quando ci hanno negato il loro sistema missilistico (Patriot n.d.r.), abbiamo risolto il problema rivolgendoci alla Russia. Se ora dovesse verificarsi la stessa situazione con i jet F-35, del cui programma la Turchia è parte, troveremo delle alternative. Abbiamo anche fatto passi avanti nella produzione dei nostri aerei da guerra” sono state le parole dello stesso Erdogan alla vigilia della sua partenza per Washington.

Le alternative sembrano già essersi delineate con la prima intesa tra Russia e Turchia per l’acquisto dei caccia Su-35 che potrebbero essere il prodromo per l’arrivo dei Su-57 sebbene entrambe le parti, al momento, neghino che ci siano accordi preliminari per il nuovo caccia di quinta generazione russo.

L’uscita della Turchia dalla Nato è un’ipotesi che preparano gli stessi turchi del resto: quando Erdgoan annuncia che “non esiste al mondo nessuna nazione sviluppata che non disponga di missili e testate atomiche. Ci sono Paesi che ne hanno in quantità, ma a noi dicono che non è permesso. Non posso accettarlo” al di là della propaganda (la possibilità che la Turchia possa dotarsi di armi atomiche è molto remota non avendo un’industria dell’energia atomica casalinga) il pensiero va ad una volontà turca di essere totalmente indipendenti dal punto di vista militare e quindi slegarsi dall’ombrello Nato, anche in forza della propria industria bellica molto fiorente che ha visto aumentare esponenzialmente le proprie esportazioni.

Gli stessi Stati Uniti si stanno preparando al peggio avendo considerato la possibilità di spostare le 50 bombe nucleari dai depositi della base di Incirlik, magari destinandole ad Aviano e a Ghedi dove sono stoccate le 40 B-61 che l’Italia può utilizzare col sistema “a doppia chiave” che prevede l’autorizzazione americana congiuntamente a quella del Paese ospitante in caso di escalation atomica.

Sullo sfondo la Russia non sta a guardare approfittando di questa crisi per inserirsi in tutti gli spazi creati dalle crepe nei rapporti Ankara-Washington come ha già dimostrato per gli S-400 e come sta facendo anche per i cacciabombardieri: la celerità nella consegna dei sistemi missilistici è stata forse studiata a tavolino proprio in vista del vertice tra Trump ed Erdogan in modo da bloccare possibili ripensamenti turchi e mettere in difficoltà Washington. La partita diplomatica però è ancora aperta e non è escluso che Trump riesca a rivoluzionare la situazione proprio grazie alle sue iniziative personali.

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