Un Donald Trump in grande spolvero ha pronunciato il discorso centrale alla convention annuale più importante delle associazioni legate al mondo repubblicano Usa, il Conservative Political Action Conference (Cpac), lanciando quella che è parsa trasversalmente un’ufficializzazione della volontà di correre nuovamente per la nomination presidenziale del 2024. Il luogo della convention è stato il Texas roccaforte conservatrice, per la precisione l’Hilton Anatole Hotel di Dallas, da cui Trump ha lanciato la sfida ai Democratici.

C’è tutto il Trump politico della prima ora, l’agitatore, il provocatore e il tribuno che nel 2016 ha scalato da outsider il Partito Repubblicano prima e la Casa Bianca poi nel discorso del Cpac; c’è l’accusa al Partito Democratico Usa, Joe Biden e alla Sinistra radicale di voler trasformare gli Stati Uniti in un “grande Venezuela”; c’è il mantra della rigged election, la narrazione con cui The Donald ha alimentato l’idea, non suffragata da prove concrete, di brogli elettorali al voto presidenziale del 2020 che lo ha estromesso dalla Casa Bianca; c’è la contrapposizione tra élite e popolo. Il miliardario palazzinaro prova a tornare alle origini e si mette in mostra come nemico numero uno dell’establishment progressista, denunciando il complotto ai suoi danni di Democratici, amministrazione e mondi ad essa alleati “Se fossi rimasto a casa, la persecuzione di Donald Trump si fermerebbe immediatamente, ma non posso farlo perché amo il mio Paese e amo le persone”, ha detto. “Abbiamo vinto due volte”, ha rivendicato dichiarando dunque di non riconoscere come legittima la vittoria di Biden del 2020 e accennando a una possibile corsa del 2024 ha affermato: “Potremmo doverlo rifare”.

Per Trump Biden sta portando gli Usa “sull’orlo dell’abisso” contestando le sue scelte economiche, l’aumento dei prezzi per l’energia, le dinamiche di politica estera, spesso ampliando oltre la realtà le critiche alla Casa Bianca. “Siamo diventati una nazione che ha permesso alla Russia di devastare un paese, l’Ucraina, uccidendo centinaia di migliaia di persone, e non potrà che peggiorare”, ha detto in riferimento ai tentennamenti di Biden sulla risposta alla Russia, esagerando il bilancio delle vittime da quando Mosca ha invaso l’Ucraina, già di per se tragico. Ha attaccato Nancy Pelosi, definita una “portatrice di caos” per la recente visita a Taiwan e criticata come politica di scarso successo: “Mi ha messo sotto impeachment due volte. Ha fallito in entrambi i casi”. Ha criticato come “ipocriti” i senatori più conservatori del Partito Democratico, Joe Manchin della West Virginia Kyrsten Sinema dell’Arizona, che hanno dato in ultima istanza il loro assenso al piano climatico di Biden, ma anche l’ex capo della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, per aver mediato su alcune proposte con lo storico compagno a Capitol Hill Joe Biden, con cui ha provato a mantenere un rapporto costruttivo.

Insomma, quello che scende in campo è un Trump a tutti gli effetti proteso nella posizione di “capo dell’opposizione”, un ruolo atipico per gli Stati Uniti. Un Trump che sta provando a plasmare sempre più a sua immagine e somiglianza il Partito Repubblicano. Il “vecchio corvaccio” McConnell è il bersaglio numero uno, assieme alla deputata Liz Cheney e a tutti coloro che stanno partecipando all’indagine sui fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. L’obiettivo è il 2024 e, in vista di esso, le midterm di novembre. Trump vuole iniziare l’opera di infiltrazione promuovendo un successo repubblicano capace di mettere sotto controllo del Grand Old Party le camere, inserire molti suoi fedelissimi nelle nuove leve della pattuglia parlamentare, trasformare l’amministrazione in un’anatra zoppa, imporre a Biden due anni di Vietnam tra Camera e Senato paralizzandone l’azione.

In vista di questo obiettivo, nota il Corriere della Sera, “Trump ha seguito la traccia delle ultime uscite: a Washington, il 28 luglio, nel convegno organizzato dall’Afpi, l’America First Policy Institute; a Waukesha, in Wisconsin, venerdì 5 agosto. The Donald mantiene la sua linea di scontro frontale con tutti coloro che non si mettono a disposizione”. Nel frattempo, il ritorno alle origini è completato dall’arrivo a Dallas dell’ex Chief Strategist della Casa Bianca Steve Bannon, che ha elogiato Trump, di cui è stato spin doctor, per aver resistito alla “persecuzione giudiziaria”, e del primo ministro ungherese Viktor Orban, in una sorta di revival di quell’internazionale sovranista a lungo vagheggiata tra il 2017 e il 2020.

Il mondo conservatore si divide su più posizioni in relazione all’idea di una nuova corsa di Trump. “Quasi tutti i progressi che abbiamo fatto provengono direttamente o indirettamente da Donald Trump”, ha sottolineato il conduttore conservatore Glenn Beck prima dell’intervento di Trump. Beck e i conservatori più radicali elogiano Trump per la fine di Roe vs Wade, votata dai suoi uomini piazzati alla Corte Suprema. Kari Lake, il candidato del Gop sostenuto da Trump per la corsa al ruolo di governatore dell’Arizona, lo ha definito “il più grande presidente che abbiamo mai conosciuto”. Npr ha invece raccolto le opinioni di molti astanti alla conferenza di Dallas secondo cui Trump potrebbe essere troppo divisivo, come del resto molti sondaggi sembrano lasciar presagire. Da qui al 2024, una candidatura forte che emerge in campo repubblicano è quella del governatore della Florida Ron DeSantis, capace di trasformare nello Stato la fisionomia del partito e consolidarne la presa sull’elettorato latino. Ma in questi giorni c’è spazio solo per il ritorno in campo di Trump, che naviga col vento in poppa trascinandosi alle spalle il partito. Dove lo porterà questo viaggio, non è dato sapersi. Fatto sta che Trump è da considerare attivamente nel gioco politico Usa. E questo, nel prossimo biennio, può spostare molti equilibri.

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