Le sanzioni alla Russia sono un tema particolarmente caro a Europa e Stati Uniti, che hanno spesso usato negli ultimi anni questo strumento per cercare di piegare la volontà di Mosca a più miti consigli. Un metodo che ha portato conseguenze difficilmente valutabili in maniera positiva, perché se da una parte la Russia non ha fermato le proprie attività, dall’altro lato queste sanzioni hanno impoverito il ceto medio russo e l’imprenditoria europea, di fatto rivelandosi un’arma a doppio taglio. Nonostante la ricerca di un accordo che ponga fine a queste sanzioni e che quindi ridia fiato all’import-export tra Russia e Unione Europea e al flusso di capitali russi nel Vecchio Continente, sembra che la strada non sia affatto semplice. Motivazioni politiche, strategiche, culturali ed economiche rendono estremamente complicato riuscire a trovare una soluzione che elimini queste sanzioni, e le pressioni internazionali non sempre sono a favore di questa soluzione.

Una delle potenze maggiormente interessate a fare in modo che non vi sia un accordo fra Bruxelles – e i suoi Membri – e la Russia è certamente rappresentata dagli Stati Uniti d’America. La Casa Bianca ha sempre visto con diffidenza l’avvicinamento della Russia al blocco europeo, consapevole che l’unità d’intenti fra l’Europa e la potenza russa equivarrebbe a escludere gli Stati Uniti da un mercato fondamentale qual è il mercato europeo, oltre che da una serie infinita di accordi e interessi politici che legano a doppio filo dal Dopoguerra il continente europeo a quello americano. Un intento, quello di dividere Mosca dall’Unione Europea che ha avuto e che continua ad avere nella NATO uno degli esempi più evidenti: la creazione di un blocco militare, oltre che politico, che servisse prima come cintura di protezione dell’Europa dall’Unione Sovietica, ed ora come barriera geopolitica all’avanzata dell’influenza della Russia nel continente.

Il problema per gli Stati Uniti non è soltanto il rapporto tra Russia ed Europa, ma soprattutto il rapporto che si può instaurare fra Russia e la potenza emergente ed egemone dell’Unione Europea, che è la Germania. Con Angela Merkel, Berlino ha assunto la guida dell’Europa ed ha raggiunto tassi di crescita e di produzione industriale così importanti da rappresentare un competitor per l’economia statunitense. Una competizione che con l’elezione di Trump è divenuta sempre più evidente, e di cui la famosa mancata stretta di mano a Washington fra Trump e Merkel è stata l’immagine più forte e simbolica. La questione non è soltanto di natura economica, ma anche di natura strategica, essendo l’egemonia del Vecchio Continente uno dei cardini della geopolitica statunitense. Washington ha sempre avuto quale obiettivo quello di comporre l’Europa senza una leadership effettiva: un continente senza guida in cui potesse imporre la propria strategia politica. E la Germania, questa Germania straripante di Angela Merkel, è quanto di più distante da questa logica. Da una parte, rischia di perdere il controllo di un continente sui cui ha fatto completo affidamento per quasi un secolo; dall’altra parte, rischia di vedersi strappare un mercato fondamentale da parte della Russia di Putin, che ha nel gas lo strumento migliore per condurre a sé molti Stati dell’UE, Germania in testa.

La scelta degli Stati Uniti di imporre nuove sanzioni alla Russia, può essere letta proprio in questo duplice senso: bloccare la Russia e impoverire l’economia tedesca legata ai contratti con Mosca. Uno scopo duplice che è dimostrato dal fatto che la notizia delle nuove sanzioni contro Mosca ha scatenato le ire dell’industria tedesca e di alcuni Paesi dell’Europa settentrionale, consapevoli che tali limiti imposti dagli Stati Uniti pregiudicheranno molte aziende che si servono delle banche nordamericane per i contratti con i russi e che saranno escluse dagli appalti pubblici che offriva la Federazione Russa. La causa scatenante, a detta di molti analisti, risiede nella volontà da parte statunitense di bloccare ad ogni costo il progetto del gasdotto North Stream II, che porterà il gas in Germania direttamente dalla Russia e che, di fatto, consegnerà alla Russia una larghissima parte del mercato energetico europeo, escludendo gli Stati Uniti dalla possibilità di inserirsi in modo competitivo nella vendita del gas all’Europa. La Russia e la Germania hanno puntato molto su questo progetto. La Germania diventerebbe ‘hub del gas russo in Europa; la Russia eviterebbe il passaggio attraverso la Polonia e l’Ucraina per trasportare il gas nel Vecchio Continente. Un progetto d’importanza non solo economica ma anche politica fondamentale e che gli Stati Uniti vogliono evitare a tutti i costi per due ragioni. La prima, è che l’amministrazione Trump ha voglia di inserirsi nel mercato energetico europeo, e il North Stream 2 porterebbe il gas in Europa a prezzi sicuramente più competitivi rispetto a quello liquefatto americano, anche solo per motivi logistici. Il secondo, è che in questo modo la Germania, già leader economico dell’Europa, sarebbe molto più legata alla Russia, creando una partnership fra Berlino e Mosca che per Washington sarebbe un vero problema.

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