Gli Stati Uniti si ritirano dalla Siria? L’annuncio di Donald Trump potrebbe essere foriero di notizie ancora peggiori. Dalle ultime indiscrezioni trapelate da Washington, The Donald sembra abbia fatto una proposta al principe saudita Mohammed bin Salman. E la proposta è stata più o meno questa: se volete che gli Usa rimangano, pagate voi la missione.

“Abbiamo quasi completato questo compito (quello di sconfiggere lo Stato islamico, ndr) e decideremo molto rapidamente, in coordinamento con gli altri della zona, su ciò che faremo”, ha detto Trump durante una conferenza stampa della Casa Bianca con i leader delle tre nazioni baltiche. “L’Arabia Saudita è molto interessata alla nostra decisione e io ho detto, ‘Beh, sai, vuoi che restiamo, forse dovrai pagare’“.

Quello che Trump ha mostrato a tutti i giornalisti, potrebbe essere tradotto in un grande bluff. Il presidente Usa, come noto, subisce il forte ascendente dei generali. Il Pentagono ha un peso molto forte sulle decisioni dell’amministrazione americana, anche dopo la deposizione di H.R. McMaster. E per James Mattis continua a essere molto stimato dalla Casa Bianca. Ed è proprio lui a essere uno dei più fermi sostenitori della presenza Usa in Siria. Così come a sostenerlo è il potente Mike Pompeo.

L’annuncio a sorpresa sul repentino ritiro delle forze statunitensi dalla Siria potrebbe essere letto, allora, come una minaccia. O come il punto d’incontro fra il Pentagono e la Casa Bianca. Trump vuole soldi per una guerra che non considera di interesse prioritario per gli Stati Uniti. I generali vogliono rimanere in Siria. L’unica opzione è come quanto avvenuto con la Nato: minacciare il ritiro affinché le spese passino sul conto degli alleati.

L’Arabia Saudita sarebbe disposta a pagare. Ma è chiaro che, se paghi, hai una leva. E i miliardi di dollari che Trump ha chiesto su bin Salman devono far riflettere su come si possa tradurre tutto ciò sul futuro della Siria. Perché è chiaro che Riad, a quel punto, avendo il portafogli della missione, avrebbe anche un potere decisionale molto maggiore. Un conto è essere alleato degli Usa, un conto è avere i fondi della missione Usa in Siria. 

L’Arabia Saudita ha perso la guerra con cui voleva rovesciare Bashar al Assad. L’esercito siriano sta riconquistando uno a uno i territori in mano ai ribelli supportati dalle casse saudite. Gli ultimi jihadisti dell’Esercito dell’islam, finanziato ed equipaggiato da Riad, erano nella Ghouta e sono stati uccisi o lasciati fuggire a Idlib. I sogni di gloria della monarchia wahabita sembrano destinati al fallimento.

Ma non bisogna cantare vittoria troppo presto. Dovremmo essere abituati fin troppo bene alle guerre di questo secolo, che sembrano combattute non per vincere, ma per combattere e basta. La strategia americana in Siria non è soltanto ambigua, ma del tutto enigmatica. E per far sì che il Congresso non voti sul coinvolgimento delle truppe Usa, è necessario che vi sia il terrorismo islamico. La guerra al terrorismo dà potere di intervento a prescindere da un nuovo passaggio per Capitol Hill. Un esempio? L’intervento in Iraq per sconfiggere l’Isis nasce dall’autorizzazione all’uso della forza dopo l’11 settembre.

Trump è un presidente molto legato al tornaconto economico della politica estera. Sta vendendo armi a valanga, specialmente all’Arabia Saudita. E adesso potrebbe chiedere a Riad un ulteriore sforzo per pagare la missione Usa in Siria. Se questo avverrà, per la Siria non sarà affatto la pace voluta da tutti e sognata sopratutto dal popolo siriano. Probabilmente sarà l’inizio di una nuova fase, dove non è detto che i sauditi non rientrino nel conflitto visti i disastri in Yemen. Non va dimenticato un dato: i sauditi usano compagnie di contractors. E una di queste, la Academi (ex Blackwater) ha un peso non irrilevante nelle scelte strategiche di Donald Trump.

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