Gli Stati Uniti non sono affatto fuori dai giochi in Libia. E l’ultima catena di episodi che coinvolge il Paese nordafricano è un insieme particolarmente importante di eventi, incontri, interventi militari e minacce che fa credere che a Washington il dossier libico sia entrato prepotentemente al Dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti, per molto tempo, hanno “dimenticato” la Libia. Ma era evidente che fosse questione di giorni. Impossibile creder che il grande ritiro strategico statunitense comportaste una cessione completa della Libia a rivali o quasi-rivali regionali. E il Mediterraneo allargato, che ogni giorno di più assume una valenza strategica fondamentale, non può essere considerato un problema minore per gli strateghi americani. Specialmente se a dividerlo sono Russia e Turchia: la prima un avversario di sempre, la seconda un alleato che da troppo tempo ammicca verso Mosca e Pechino.

La domanda però è da sempre la stessa: da che parte stanno gli Stati Uniti? La posizione di Washington, formalmente, è sempre stata quella del sostegno al governo di Fayez al Sarraj, unica istituzione riconosciuta dalla comunità internazionale su suolo libico. Ma le trattative sotterranee sono ben altre e a Washington, evidentemente, non si fidano totalmente del governo libico. Soprattutto perché il sostengo di Recep Tayyip Erdogan, del Qatar e la sua debolissima leadership fanno sì che gli Usa abbiano da tempo guardato altrove. E quell’altrove si chiama Khalifa Haftar, generale della Cirenaica che, oltre alla partnership con Russia, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, e diversi legami con parecchi alleati americani, è anche un vecchio amico della Cia. Proprio quella Cia di cui era direttore Mike Pompeo, oggi a capo della diplomazia statunitense.

I contatti ci sono. Ed è per questo che gli Stati Uniti da un po’ di tempo si muovono (e parecchio) per rafforzare i legami con Haftar. Da una parte per mettere al sicuro le proprie posizioni in Libia. Dall’altra, per scalzare la Russia e altre potenze rivale da un gioco che evidentemente Donald Trump, Pompeo e Mark Esper non vogliono sottovalutare. Trump aveva già “benedetto” il generale dopo l’inizio dell’assedio di Tripoli, quando gli telefonò riconoscendogli un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo. Poi i contatti si erano fermati, almeno pubblicamente: ma non si erano chiusi i canali diplomatici. E il mantenimento di questi rapporti è stato dimostrato anche in questi giorni, non solo per il rinnovato interesse di Pompeo alla causa libica (parteciperà alla Conferenza di Berlino), ma anche per i contatti avuto dallo stesso uomo forte della Libia orientale con i più alti funzionari Usa coinvolti nel nodo libico.

Durante il suo blitz romano, Haftar ha incontrato Victoria Coates, vice consigliere per la Sicurezza nazionale e Richard Norland, ambasciatore statunitense in Libia. A novembre, il generale aveva incontrato altri altissimi funzionari Usa (tra cui lo stesso Norland) in un Paese del Medio Oriente. Come rivelato dal Washington Post, Haftar in quell’occasione incontrò l’ambasciatore Usa in Libia, il funzionario per l’Energia Matthew Zais e generale Steven deMilliano, vice direttore di Africom (il comando Usa per l’Africa). Se a questo si aggiungono gli incontri avvenuti al Congresso tra lobbisti pro Haftar e uomini del Partito repubblicano e del dipartimento dell’Energia, tutto assume un connotato diverso: la Libia non è per nulla un problema secondario per Washington.

Gli Stati Uniti hanno messo sul piatto alcune richieste per acconsentire a concedere ad Haftar un ruolo. E un uomo che è anche cittadino americano e che ha contatti con la Cia non può rimanerne sordo. Gli Stati Uniti vogliono garanzie soprattutto sotto due profili: la presenza dei mercenari russi della Wagner (e quindi sul legame tra Bengasi e Mosca) e la spartizione delle rendite del petrolio della Noc. Ottenute queste garanzie, si passa poi agli affari più pragmatici. E, come confermato anche da Startmag, questi si incentrano sul ruolo delle compagnie americane nel territorio libico, in particolare della Halliburton, la compagnia di sicurezza Guidry Group e la General Electric.

Insomma, l’interesse Usa per la Libia è tutt’altro che finito. E non è un caso Haftar abbia fatto saltare la tregua a Mosca mentre è pronto a firmarla a Berlino: città prescelta anche dai funzionari americani come luogo per l’approvazione dell’accordo. Per Putin, il meeting moscovita si è concluso con uno smacco che ha dimostrato l’inaffidabilità della Cirenaica. E questo nonostante i contractors della Wagner da tempo sostengano l’Esercito nazionale libico. Mentre adesso gli Stati Uniti possono comunque far capire al mondo che quella pace passa anhce dal loro ruolo che in questo momento è meno divisivo di quanto si possa immaginare: quasi a imitare quello che ha provato a fare fino ad ora la Russia.

Una strategia silenziosa. Ma che l’Italia osserva molto attentamente. Giuseppe Conte e Di Maio continuano a ripetere che il ruolo americano sarà essenziale per la pace in Libia. E questo serve anche per far comprendere a tutto il blocco che sostiene Haftar che, nei fatti, l’asse con Washington esiste. E che il sostegno a Serraj è in realtà parallelo ai contatti con Bengasi. A Tripoli c’è Sarraj: ma c’è soprattutto Erdogan, che da tempo dà spallate a Roma. Trump ha interesse a evitare una Libia spaccata che porti a un’ascesa del ruolo dei suoi rivali. E l’Italia sa che può soltanto sperare nell’asse con gli Stati Uniti per tentare non certo di riprendersi la Libia (ormai persa definitivamente): ma evitare di vedersi esclusa anche dal futuro consesso per la pace.

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