Il discorso sullo stato dell’Unione è, allo stesso tempo, un momento di riflessione e di programmazione. Un momento in cui il presidente americano riflette su cosa vogliono davvero gli Stati Uniti; su dove vogliono andare; su quale tipo di mondo si immaginano e se l’economia sta andando oppure no. Il discorso sullo stato dell’Unione rappresenta dunque uno dei momenti più importanti della vita politica americana e mondiale.

Donald Trump ieri ha tenuto il suo secondo discorso sullo stato dell’Unione: ottanta minuti in cui ha parlato di tutto. Partendo dalla politica interna: “La mia agenda è bipartisan. Dobbiamo rigettare la politica della vendetta, della resistenza, della punizione ed abbracciare il potenziale illimitato della cooperazione, del compromesso e del bene comune”.

E ancora: “Milioni di cittadini ci stanno guardando mentre siamo riuniti in quest’Aula, sperando che governiamo non come due partiti ma come una sola nazione”. Parole di distensione ora più che mai attuali, dato che le elezioni di midterm hanno cambiato gli equilibri alla Camera (ora sotto il controllo dem) e al Senato e, soprattutto, perché il tycoon non ha ancora portato a casa il muro e, per farlo, ha necessariamente bisogno dei democratici. Per questo, Trump ha definito un “dovere morale” proteggere la frontiera, reclamando “una barriera intelligente” e non più un “semplice Muro di cemento”. Per questo motivo, il tycoon ha deciso di inviare 3750 uomini al confine per fronteggiare il “terribile attacco” delle carovane dei migranti che arrivano dal Messico.

Gli Usa e l’Asia

Trump non è solo un presidente. È innanzitutto un imprenditore che conosce bene la voracità della Cina. Per questo, una volta entrato alla Casa bianca, ha messo il Dragone nel mirino prima con la guerra dei dazi e poi con l’uscita dal Trattato Inf. Non a caso, ieri il tycoon ha detto: “Mentre noi seguivamo l’accordo alla lettera, la Russia lo ha violato ripetutamente. Andava avanti da anni. Forse potremo negoziare un nuovo accordo, aggiungendo la Cina ed altri o forse non potremo, ed in questo caso noi spenderemo ed innoveremo di gran lunga più degli altri”.

Ma è la Corea del Nord a rappresentare il fiore all’occhiello della politica estera americana: “Se non fossi stato eletto presidente degli Stati Uniti, secondo me ora ci troveremmo in un grande conflitto con la Corea del Nord”, ha detto il presidente americano che ha promesso di incontrare nuovamente Kim Jong-un in Vietnam il prossimo 27 e 28 febbraio.

Via le truppe Usa dalla Siria

Il presidente americano ha ribadito ancora una volta che i soldati americani sono ormai pronti a lasciare la Siria, dato che la minaccia dello Stato islamico è ormai stata debellata: “Ora, mentre lavoriamo con i nostri alleati per distruggere quello che rimane dell’Is, è arrivato il momento di accogliere in patria ai nostri coraggiosi guerrieri in Siria”.

Ma è sull’Afghanistan che il tycoon ha pronunciato parole di vera rottura con il passato: “La mia amministrazione sta conducendo negoziati costruttivi con diversi gruppi, compresi i talebani. I progressi in questi negoziati ci permetteranno di ridurre nostre truppe e concentrarci nella lotta al terrorismo”. Poi la parte fondamentale: “Come candidato alla presidenza mi sono impegnato ad un nuovo approccio: le grandi nazioni non combattono guerre senza fine”. E questo lascerebbe presupporre un ruolo di minor presenza – o addirittura di assenza – militare in diverse zone del globo.

Qual è lo stato di salute dell’America?

“L’America vince ogni giorno, lo stato dell’Unione è forte”, ha detto il presidente americano. E del resto, se si guardano i dati economici, non si può dare torto a Trump: la disoccupazione è ridotta ai minimi termini e l’economia vola. “La vittoria non è la vittoria del nostro partito, ma di tutto il Paese”, ha continuato il presidente americano che poi ha aggiunto che il prossimo anno la sua agenda sarà “per il popolo americano”, con il focus su lavoro, il commercio, le infrastrutture, il controllo dei prezzi dei farmaci e l’immigrazione.

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