Quando Trump ha deciso di inviare più soldati in Afghanistan, il suo annuncio fu accompagnato da una frase molto interessante, che fa comprendere il rapporto del presidente degli Stati Uniti con la politica: “Per tutta la vita ho sentito che le decisioni sono molto diverse quando ci si siede dietro la scrivania nello Studio Ovale”. La differenza tra obiettivi prefissati e politica reale, tra propaganda e idee prima dell’elezione e mosse e tattiche dopo l’elezione, è una delle peculiarità del nuove presidente Usa. Una peculiarità che si ripercuote anche in questi mesi su diversi fronti della politica estera americana: Cina, Corea del Nord e Iran in primis. In molti si domandano se questa ecletticità del presidente Trump sia frutto di una sua strategia politica volta a dare un senso di imprevedibilità all’ingessata diplomazia internazionale, o se sia il frutto del suo carattere dinamico e in fondo poco avvezzo alla politica. Sta di fatto che questa ambiguità di fondo si ripercuote anche nei rapporti interni fra lui e i suoi collaboratori, che sono spesso visti come veri e propri freni alla possibili scelte del presidente degli Stati Uniti più che come semplici consiglieri.

Il prossimo fronte caldo delle scelte politiche del presidente Trump sarà il mantenimento o meno degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare iraniano. Il patto, siglato per gli Usa ai tempi dell’amministrazione Obama, è stato definito molte volte da Trump come il peggior accordo che poteva essere firmato. E The Donald non ha mai fatto mistero di voler modificare radicalmente l’accordo oppure, in caso di impossibilità di modifiche, di ritirare gli Stati Uniti dal cosiddetto Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action). Una scelta che tuttavia non trova d’accordo larga parte dell’establishment statunitense, in particolare quella che fa riferimento al Segretario di Stato Rex Tillerson che, pur non aprendo mai troppo all’Iran, non ha mai negato di dover mantenere rapporti più pacifici con Teheran, e al segretario alla Difesa, Mattis, che, pur non avendo mai espresso simpatie per l’Iran, ha sempre espresso ostilità verso il progetto di Trump e di molti esponenti politici a ritrattare l’accordo con gli iraniani.

I rischi di un possibile ritiro da parte degli Stati Uniti sono tantissimi. Il primo di questi, che è quello che teme in particolare Tillerson, è l’isolamento degli Stati Uniti da parte della comunità internazionale. Finora nessuno Stato facente parte dell’accordo né quelli che estranei al Jcpoa ha avallato l’opzione proposta da Donald Trump. L’Europa è storicamente legata all’Iran da numerosi accordi economici e, negli ultimi mesi, grazie anche al pieno regime di questo accordo sul nucleare, molte aziende statali e private europee hanno concluso accordi importantissimi con la repubblica islamica dell’Iran – non ultime Total, Renault e aziende italiane come Ferrovie dello Stato. E a questo, si aggiungono anche motivazioni politiche non irrilevanti che consistono nel non poter interrompere le relazioni con un Paese fondamentale nella geopolitica mediorientale e del mondo islamico come è appunto l’Iran. A queste resistenze europee, si aggiungono poi le forti perplessità da parte di Russia e Cina nell’aumentare le tensioni tra Asia centrale e Medio Oriente. La Russia perché considera l’Iran un partner strategico sia politico che economico; la Cina perché vede nell’antica Persia un territorio fondamentale per la proiezione della Nuova Via della Seta. Anche l’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha chiesto a Trump di non ritirare gli Usa dall’accordo, giustificando il fatto che l’Iran stesse rispettando pienamente il patto concluso nel 2015.

Entro il 15 ottobre, Donald Trump scioglierà le riserve sull’accordo sul nucleare iraniano. Da questa scelta si vedrà chi avrà più potere all’interno della Casa Bianca, se Trump e l’ala più dura nei confronti dell’Iran – in particolare alcune fasce neocon e l’astro nascente Nikki Haley – oppure Tillerson, Mattis e molti consiglieri militari. Il Pentagono è preoccupato soprattutto perché vedrebbe in questa scelta l’anticamera della decisione dell’Iran di riprendere in toto il suo programma nucleare, oltre che il rischio che gli alleati europei abbandonino la politica estera americana. Per Tillerson si tratta di un banco di prova di fondamentale importanza, perché da settimane i suoi rapporto con il presidente sono ai minimi termini e le loro divergenze su come attuare la politica estera Usa sono all’ordine del giorno: non ultimo, il tweet di Trump riguardo i canali diplomatici del segretario Usa con la Corea del Nord, bollati dal presidente come “una perdita di tempo”. Fonti della Nbc hanno rivelato che a luglio Tillerson è stato sul punto di rinunciare alla carica dopo che aveva definito un “idiota” il presidente durante una riunione al Pentagono in cui c’erano alte cariche della sicurezza nazionale. In quel caso, è stato il vicepresidente Pence a ricucire lo strappo, ma l’Iran potrebbe essere davvero la svolta. Se anche questa volta Trump farà di testa sua, smentendo la diplomazia di Tillerson, allora il segretario potrebbe abbandonare definitivamente.

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