Dopo il summit di Helsinki con Vladimir Putin, Donald Trump è stato accusato da più parti di aver ceduto di fronte al presidente russo. “Traditore” è stato uno degli epiteti più feroci rivolte da una parte rilevante della politica americana. Condannato da un tribunale bipartisan di democratici e repubblicani per avere (dicono) fatto apparire Putin come il vero vincitore dell’incontro nella capitale finlandese.

Nella maggior parte dei casi, l’idea dei suoi detrattori è che il presidente degli Stati Uniti abbia sostanzialmente avallato le idee di Mosca senza difendere una strategia pluridecennale di Washington. Prima ha detto che l’incontro con Putin sarebbe stato più facile rispetto al summit di Nato, di fatto sganciando gli storici alleati europei in favore del nemico esistenziale dell’Alleanza. Poi ha confermato la linea del Cremlino sulle ingerenze russe nelle elezioni americane, bollandole come fake. Infine, a detta di molti osservatori, ha impostato un dialogo troppo supino nei confronti del presidente russo, come se fosse Putin l’unico leader del summit.

Di qui l’accusa di aver tradito l’America. Ma la domanda da porsi è un’altra: che cos’è il tradimento? Ci rifacciamo alla definizione dell’enciclopedia Treccani: “L’atto e il fatto di venire meno a un dovere o a un impegno morale o giuridico di fedeltà e di lealtà”. Venir meno a un dovere e a un impegno di lealtà o di fedeltà. Ma, in questo caso, Donald Trump quale impegno di fedeltà ha negato? E, soprattutto, con chi aveva contratto questo dovere solenne?

L’incontro di Helsinki è solo un incontro. Non è stato certo un vertice in cui è stato siglato qualcosa di estremamente rilevante. Parliamo di  un faccia a faccia che entrambi i leader volevano, in particolare quello americano. E in questo gesto, Trump non ha tradito nessuno. Come non ha tradito mostrandosi empaticamente legato al suo interlocutore. Certo, lo si può accusare di essere apparso eccessivamente accondiscendente. Ma dov’è il dovere di lealtà leso, quando si sta discutendo per promuovere la pace fra due superpotenze  che decidono la vita di milioni di persone dalla Siria, all’Ucraina allo Yemen?

Trump non ha firmato alcuna resa, seppur in alcuni frangenti abbia pagato la sua scarsa preparazione diplomatica. Ha cercato di trovare una soluzione a problemi atavici. Ha sperato, forse in maniera del tutto utopistica, di trovare una definizione a un rapporto, quello fra Mosca e Washington, che sembra che nessuno abbia interesse a rendere positivo.

Ecco, semmai in questo Trump è un traditore: ha tradito coloro che, dal Deep State, non volevano che lui e Putin si incontrassero. Ma un apparato burocratico complesso e articolato come quello dello Stato profondo americano non rappresenta gli Stati Uniti d’America. Ne rappresenta soltanto un segmento, fondamentale e per certi versi anche pericoloso, di un Paese molto più variegato.

Del resto Trump è stato eletto senza mai aver negato di voler rapportarsi in maniera diversa con la Russia. Quel popolo, che lo ha condotto alla Casa Bianca, non era stato convinto dalla linea dura di Hillary Clinton e di Barack Obama ma da quella linea eccentrica, ma in fondo morbida, del tycoon.

Trump ha tradito il Deep State, non ha tradito l’America. Ha tradito chi sostiene da sempre un filone di indagine fallace come il Russiagate e che ha voluto da sempre colpire l’idea che Casa Bianca e Cremlino potessero dialogare. Che non significa abbandonare le divergenze, ma significa che due potenze nucleari in grado di decidere il destino del mondo, non si vadano a scontrare in maniera ineluttabile. Tra il ritorno alla Guerra Fredda e un dialogo sincero e fuori gli schemi fra Putin e Trump, è difficile credere che sia preferibile la prima opzione. 

Questo non significa che Washington debba cedere a Mosca. Significa però che il mondo potrebbe ottenere un qualcosa di positivo da un presidente che ha deciso di cambiare la politica estera Usa basandosi su logiche diverse, scardinate dal Secondo Novecento. Può non piacere, ma non ha tradito. Ha fatto, ancora una volta, i suoi interessi. E forse oggi, gli Stati Uniti, non hanno realmente interesse a fare la guerra alla Russia. I suoi nemici sono altri. E adesso bisogna capire come si tradurrà questo “tradimento” nella scelta dei nuovi avversari e dei nuovi alleati.

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