La guerra fra Donald Trump e l’Fbi non sembra destinarsi a placarsi. Dopo la questione sulla presunta società segreta nata all’interno del Bureau per colpire il presidente appena eletto, Donald Trump adesso affila le armi, pronto autilizzare un nuovo asso nella manica che ha da tempo e che potrebbe minare profondamente la credibilità degli uffici federali. La pietra dello scandalo sarebbe un “memo” messo a punto da un fedelissimo di Donald Trump, Devin Nunes, membro del transition team e presidente della Commissione intelligence alla Camera. Per ora il contenuto del memo non è ancora pubblico e dunque quello che si può sapere nasce soltanto da indiscrezioni. Voci di corridoio che circolano a Washington e ripresi da alcuni media statunitensi e che narrano di un “memo” molto breve, di quattro pagine, in cui il dipartimento della Giustizia e l’Fbi sono accusate di aver esteso abusivamente il programma di sorveglianza noto come Foreign Intelligence Surveillance Act durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, controllando un membro del team di Trump  – probabilmente Carter Page – senza le dovute autorizzazioni. Il mandato, per essere autorizzato, doveva essere comprovato sulla base di accuse certe nei confronti del presidente Trump sulle famigerate ingerenze russe inserite nel filone del Russia-gate. Ma queste prove non sarebbe state fornite e tutto si reggeva esclusivamente sul cosiddetto “dossier russo” compilato dall’ex agente dei servizi britannici, Christopher Steele, pagato in parte dalla campagna elettorale di Hillary Clinton. In sostanza, l’abuso di potere, di cui sarebbe accusato anche il Deputy Attorney General, Rod Rosenstein, che supervisiona le indagini di Robert Mueller, sarebbe dato dal fatto che non solo il cosiddetto Fisa non fosse lecito, ma anche senza prove.

Un’accusa grave quella contenuta in questo memo, che Trump adesso vuole pubblicare. Come riporta il Guardian, chiamato in causa da un deputato che lo esortava a pubblicare il memo, il presidente avrebbe risposto: “Non preoccuparti, lo pubblichiamo al 100%. Riesci a immaginare?”. Un’intenzione confermata e accolta positivamente anche da Paul Ryan, che durante un incontro con alcuni suoi colleghi, riferendosi all’Fbi, ha detto “Lascia perdere tutto, prendi tutto quello che c’è da fare, ripulisci l’organizzazione“. Una vera e propria dichiarazione di guerra che sta facendo preoccupare non poco gli uffici centrali del Federal Bureau of Investigation. L’Fbi ha espresso “grave preoccupazione” riguardo al fatto che Trump abbia intenzione di far divulgare il contenuto del memo. Ed è un fatto abbastanza inusuale che gli uffici centrale del Bureau si esprimano in questo modo così duro nei confronti di una volontà espressa dal presidente Usa. Ci si poteva aspettare una risposta diplomatica o, tutt’al più uno dei più classici “no comment”. Invece per la prima volta viene espressa una preoccupazione “grave” per quanto detto. “Abbiamo gravi preoccupazioni relative a concrete omissioni di fatti, tali da compromettere nelle fondamenta l’accuratezza del memo”, recita la nota del Fbi. E subito è arrivata la levata di scudi anche dei democratici, – coinvolti indirettamente in tutto questo – secondo cui il memorandum non sarebbe affatto accurato ma soltanto frutto di un collage di più fonti classificate composto allo scopo di screditare le indagini del Russiagate.

Ma ormai è guerra aperta e sembra che Trump non sia disposto a tornare indietro. Una guerra lunga e logrante non soltanto per il presidente e per l’Fbi, ma anche per tutto il sistema americano. Quello cui si sta assistendo è infatti qualcosa di più di un semplice scontro istituzionale, ma di una vera e propria pubblica accusa della Casa Bianca nei confronti della giustizia americana. Un fatto non irrilevante nello scenario politico statunitense e che rischia di minare nel profondo uno dei cardini del sistema politico e costituzionale americano, fondato su un rapporto di reciproca fiducia e di pesi e contrappesi fra i vari organi dello Stato. Trump sembra disposto a tutto. E probabilmente, in questo, ha avuto rassicurazioni da alcuni segmenti dello Stato profondo che hanno garantito sul fatto che si potesse lasciare una certa libertà di manovra al presidente. Secondo alcuni media americani, dopo l’affaire-Comey, in cui si ritiene che sia stato silurato dal presidente Trump dopo che quest’ultimo aveva chiesto una sorta di atto di “fede” nei confronti del presidente, anche Rosenstein avrebbe subito una richiesta simile. Come riporta la Cnn, in una riunione a dicembre Trump sembra che abbia chiesto a Rosenstein se potesse considerarlo della “sua squadra”. Fonti anonime parlano di una risposta affermativa, ma oggi circolano insistenti le voci di una prossima defenestrazione. Una mossa che sicuramente sarebbe legata alla pubblicazione di questo nuovo memo di accusa, ma che rischia anche di irrigidire la già difficile situazione fra presidenza e Fbi, già colpita da una serie di licenziamenti e da accuse più o meno gravi da parte di Trump e del suo entourage. Un segnale del fatto che la guerra non sembra per niente destinata a finire.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.