L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha finalmente sciolto la prognosi: correrà per la Casa Bianca nel 2024. Prima di ambire ad essere uno dei due sfidanti per Pennsylvania Avenue dovrà però affrontare lo scoglio delle primarie di partito, quelle che potranno incoronarlo effettivamente unico candidato del Gop fra tanti sfidanti. La gara non sarà semplice e nei Repubblicani, ancora sotto shock per il risultato inaspettato delle midterm, già volano gli stracci.

I caucus e le primarie

Prima delle elezioni generali, la maggior parte dei candidati alla presidenza passa attraverso una serie di primarie e caucus statali. Sebbene siano gestiti in modo diverso, entrambi hanno lo stesso scopo: permettono agli Stati di scegliere i candidati dei principali partiti politici per le elezioni generali.

Le primarie statali sono gestite dai governi locali. Le votazioni avvengono a scrutinio segreto. I caucus sono riunioni private gestite dai partiti politici e si tengono a livello di contea e distretto. Nella maggior parte dei casi, i partecipanti si dividono in gruppi a seconda del candidato che sostengono. Gli elettori indecisi formano il proprio gruppo. Ogni gruppo tiene discorsi a sostegno del proprio candidato e cerca di convincere altri a unirsi alla propria cerchia. Alla fine, il numero di elettori in ogni tavolo determina quanti delegati ha vinto ogni candidato. Sia le primarie che i caucus possono essere “aperti”, “chiusi” o un ibrido dei due: l’apertura risiede nel fatto che le persone possono votare per un candidato di qualsiasi partito politico. Durante una primaria o un caucus chiusi, invece, solo gli elettori registrati a quel partito possono partecipare e votare. Le primarie e i caucus “semi-aperti” e “semi-chiusi” sono variazioni dei due tipi principali.

In ogni primaria o caucus è in gioco un certo numero di delegati. Si tratta di individui che rappresentano il loro Stato alle convenzioni nazionali dei partiti. Vince la nomination il candidato che riceve la maggioranza dei delegati del partito. Le parti hanno un numero diverso di delegati a causa delle regole coinvolte nella loro assegnazione. Ogni partito ha anche alcuni delegati o superdelegati che non sono vincolati a un candidato specifico che partecipa alla convention nazionale. Quando le primarie e i caucus sono terminati, la maggior parte dei partiti politici tiene una convenzione nazionale dove i candidati vincitori ricevono la loro nomina.

Dalle primarie alle convention

I delegati statali si recano alla convenzione nazionale per votare e per confermare la scelta dei candidati. Ma se nessun candidato ottiene la maggioranza dei delegati di un partito durante le primarie e i caucus, i delegati della convenzione scelgono il candidato. Ciò avviene attraverso ulteriori turni di votazione. Esistono due tipi principali di delegati.

In rari casi, nessuno dei candidati è in grado di avere la maggioranza dei delegati che partecipano alla convenzione che è quindi considerata “contestata“. I delegati sceglieranno il loro candidato presidenziale attraverso uno o più turni di votazione. Nel primo turno di votazione, i delegati impegnati di solito devono votare per il candidato a cui sono stati assegnati all’inizio della convention. I delegati non impegnati possono votare per qualsiasi candidato. I superdelegati non possono votare al primo turno a meno che un candidato non abbia già abbastanza delegati. Se nessun candidato vince al primo turno, la convenzione è considerata “mediata“. I delegati promessi possono scegliere qualsiasi candidato nei successivi turni di votazione. I superdelegati possono votare in questi turni successivi. Il ballottaggio continua fino a quando un candidato non ottiene la maggioranza richiesta per vincere la nomina. Alla convention, il candidato presidenziale annuncia ufficialmente la selezione di un vicepresidente.

Trump e l’incognita DeSantis

Nel cercare di capire dove Trump potrà trovare terreno fertile in termine di delegati, bisognerà comprendere, inoltre, quale sarà anche l’effetto dei potenziali rivali: soprattutto quello dell’incognita Ron DeSantis, la cui popolarità è cresciuta di almeno 7 punti tra il prima e dopo election day. Mentre DeSantis ha ottenuto una vittoria storica e schiacciante che ha consolidato la Florida come uno stato rosso, i candidati al Senato degli Stati Uniti approvati da Trump hanno perso in Pennsylvania, Arizona e Nevada, consentendo ai Democratici di mantenerne il controllo. La vittoria della Florida resta fondamentale perché DeSantis ha vinto anche l’area di Miami, bastione dem grazie al voto ispanico. Il repubblicano italoamericano ha vinto con un vantaggio di 20 punti in uno stato che Trump ha conquistato per appena 3 punti.

Ma riporre tutte le speranze repubblicane su DeSantis potrebbe non funzionare. La Florida non è il resto degli Stati Uniti e lui stesso ha abbracciato gran parte della filosofia trumpista. Se gli elettori stanno rifiutando non solo Trump, ma il suo approccio alla politica, allora un’alternativa “trumpiana” a Trump non è una soluzione nemmeno per le primarie.

La mappa geografica dei trumpiani

Nel marzo 2020, Trump aveva conquistato la nomina del Partito Repubblicano superando la soglia dei delegati necessari. L’ex presidente, che all’epoca fronteggiava solo un’opposizione simbolica, viaggiava spedito verso novembre, dopo aver vinto le primarie della Florida e dell’Illinois. La ricandidatura di Trump, quattro anni fa, giunse molto più velocemente rispetto al 2016, quando superò il numero magico solo a fine maggio nel Nord Dakota.

Alle midterm 2022, per la prima volta dal 1934, il partito del presidente non ha perso una sola legislatura statale ha effettivamente guadagnato terreno nel Midwest: Michigan, Minnesota e Wisconsin. Tutti i candidati in corsa per le cariche per il controllo delle elezioni negli stati in bilico che hanno appoggiato la teoria di Trump sulle elezioni del 2020 sono stati sconfitti, così come i negazionisti elettorali come Blake Masters e Lee Zeldin. Viene da pensare che in questi Stati, sebbene le primarie si svolgano nel partito e non in tutto elettorato, la partita sarà comunque molto complessa per Trump. Così come potrebbe essere difficile in quel della Carolina del Sud di Tim Scott e nella Virginia di Glenn Youngkin, papabili del Gop alle primarie.

Presumibilmente, anche la mappa dei filotrumpiani potrebbe essere un indicatore, sebbene nessuno possa sapere con certezza se questi elementi effettivamente si spenderanno per l’ex Pigmalione, fra due anni. Un peso cospicuo potrebbero averlo il voltagabbana John Kennedy assieme all’ex n.2 del Gop Steve Scalise in Louisiana, il nemico degli assegni in bianco all’Ucraina Kevin KcCarthy (California), Blaine Luetkemeyer nel Missouri, sostenitore del ritiro degli Usa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, oppure Jason Smith, aspirante presidente della Commissione Bilancio (Missouri).

Dallo Stato di New York potrebbero giungere altre sorprese, visto il risultato elettorale e la presenza di pezzi da novanta del trumpismo: la promessa del MAGA Elise Stefanik, George Santos, uno che a gennaio 2021 era tra i rivoltosi di Capitol Hill, Anthony D’Esposito e Mike Lawler, che se l’è giocata nei sobborghi benestanti dove risiedono i Clinton.

La nomina di McCarthy: inizia la resa dei conti nel Gop

Le dinamiche di aggiustamento all’interno della Camera possono essere considerate un’altra cartina al tornasole delle possibilità di Trump nel partito. La vittoria di Kevin McCarthy, eletto dai Repubblicani speaker del prossimo Congresso, arriva a poche ore dal grande annuncio di Donald Trump.

McCarthy ha superato agevolmente l’ostacolo interno rappresentato dal delegato dell’Arizona Andy Biggs, battuto per 188 a 31 voti. Biggs era stato sostenuto da una parte del Gop che fa capo a Trump, e formato dal gruppo del Freedom Caucus della Camera. Questo è stato un primo test importante, che se da un lato segna un punto a favore di McCarthy, dall’altro rilancia i timori sulla faida interna tra i ranghi dei conservatori. McCarthy rappresenta il paradigma di questa situazione: è legato a Trump, ma una parte dei fedelissimi del tycoon lo rifiuta.

Il nodo Iowa

Nella danza delle primarie, un ruolo fondamentale è rivestito dall’Iowa che, per tradizione, apre la stagione elettorale. Dal 1972, l’Iowa ha tenuto il primo evento di nomina di ogni ciclo elettorale presidenziale negli Stati Uniti. Nel 2020, i risultati dei caucus statali sono stati ritardati da problemi tecnologici ed errori di tabulazione, ravvivando il dibattito sull’opportunità che l’Iowa continui a mantenere la prima posizione nel calendario. I critici affermano che lo Stato non è rappresentativo della diversità demografica e geografica della nazione. L’elettorato è più vecchio e meno urbano e 9 residenti su 10 sono bianchi. A questo campione non rappresentativo di elettori verrebbe data un’importanza sproporzionata nel calendario elettorale, rischiando di influenzare il resto del processo.

I sostenitori affermano che l’Iowa trae vantaggio dall’essere piccolo. La dimensione degli stati consente un impegno democratico diretto tra candidati ed elettori. Un terreno di prova per l’organizzazione della campagna e le competenze politiche al dettaglio di cui i candidati avranno bisogno man mano che procedono. Sebbene le voci democratiche abbiano dominato il dibattito, anche i leader repubblicani sono interessati al risultato. Jeff Kaufmann, il presidente del Partito repubblicano dell’Iowa, ha dichiarato che intende lavorare con la sua controparte democratica per mantenere lo status dell’Iowa.

Non a caso proprio, lo scorso 4 novembre, Trump aveva annunciato sibillino: “Molto, molto probabilmente lo farò di nuovo”, riferendosi alla sua candidatura. Il corn state ha infatti premiato il Gop sia al Senato che alla Camera.

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