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Tulsi Gabbard è, tra i candidati democratici alla Casa Bianca, quella che più sta facendo discutere gli analisti politici e, più in generale, il mondo del web.

Chiariamo subito che non dovrebbe rappresentare una minaccia per i “pesci grossi”, quali Joe Biden , Kamala Harris e Beto O’Rourke, ma tutta questa attenzione mediatica rischia di farle scalare più di qualche posizione in quella che sarà la classifica parziale delle primarie. 

La Gabbard ha un trascorso militare, come piace ai tanti statunitensi interventisti che non hanno mai disdegnato di affidare le sorti della loro nazione a uomini in grado di vantare un rapporto privilegiato con l’esercito, ma sostiene posizioni filosovraniste e marcatamente contrarie a quanto è stato predisposto da Barack Obama, quindi da uno dei leader degli asinelli, se non il più importante, per la Siria.

Ha avuto modo di scambiare due chiacchiere con Bashar Al Assad, che la frangia più liberal del suo partito continua a ritenere un vero e proprio dittatore e, come si legge su Il Post, non sembra neppure una convinta sostenitrice delle istanze Lgbt. La Gabbard, insomma, rappresenta la nemesi di Hillay Clinton, ma pure quella di Elizabeth Warren e degli altri esponenti mainstream. Utilizzando il linguaggio della narrativa sovranista, si direbbe che è un’anti-establishment.

A questo bisogna aggiungere che la deputata è tutto fuorché una novellina. Ha già preso parte alla campagna elettorale di Bernie Sanders nel 2016, ma ha un problema che saranno costretti ad affrontare in molti: non è una di quei nomi su cui i finanziatori sembrerebbero disposti a investire. Difficile pensare che possa contare sul sostegno di Wall Street. Poi i media progressisti hanno iniziato a chiedersi se possa o no essere finanziata dalla Russia. Non dovrebbe suonare strano a chi segue le cose americane. 

Certo, quelli che nelle catalogazioni politiche odierne vengono chiamati “rossobruni” – esistono anche negli States – potrebbero aver individuato una candidatura interessante. Non sarebbe strano se decidessero di sostenerla con le consuete campagne social, ma alla Gabbard conviene? Da qualche post amichevole dell’ambiente ultraright all’associazione con il trumpismo il passo può essere breve. E la Gabbard potrebbe finire per essere identificata come un’infiltrata. 

I Democratici concordano sul fatto che il candidato alla presidenza degli Stati Uniti debba essere il più obamiano possibile: difensore delle minoranze, aperto ai diritti civili, ferrato sul diritto, pacifista sì, ma non per forza pacificatore e così via. La Gabbard, nella sfida alla Casa bianca, mal rappresenta il canovaccio che la leadership degli asinelli ha individuato per il 2020. Per questo, senza troppe remore, è lecito aspettarsi che troverà più di un critico sulla sua strada.

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