Nel complesso intreccio della politica di Ankara incombono sempre più le prossime elezioni, previste per giugno 2023, sulle quali peseranno numerosi fattori: primo fra tutti la persistente crisi economica che attanaglia il Paese, ma soprattutto la questione sicurezza, che ha portato il presidente Erdogan a una nuova escalation anti-curda dopo l’attentato a Istanbul.

Sebbene sia difficile prevedere quanto e come questi fattori endogeni ed esogeni influenzeranno il voto, in Turchia sono cominciati i colpi bassi. Il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu è stato interdetto dall’attività politica e condannato a due anni e sette mesi di carcere per aver insultato nel 2019 i membri della Commissione elettorale suprema definendoli “idioti”. Se la condanna verrà confermata, dovrà dimettersi dalla carica di sindaco. Imamoglu, esponente del Chp – il principale partito di opposizione – considerato un potenziale sfidante di Erdogan alle elezioni, ha chiesto ai suoi concittadini di mobilitarsi.

Sebbene in molti, dentro e fuori la Turchia, siano pronti a scommettere su una rielezione plebiscitaria per Erdogan, gli scenari che sembrano profilarsi sono molto più complessi. Innaziutto, i numeri suggeriscono il contrario: un sondaggio di Yöneylem ha infatti rilevato che il 63% degli intervistati afferma che la Turchia è “mal governata” e il 58,7% afferma che “non voterebbe mai per Erdogan”. Solo il 33,3% ha dichiarato che voterebbe per Erdogan mentre il 55,6% ha dichiarato che voterebbe per il candidato dell’opposizione. I numeri prevedono una vittoria facile per gli avversari e una sconfitta storica per l’attuale presidente. Chiaramente, il 2023 sarà la prima elezione dal 2002 in cui Erdogan non è il chiaro favorito. Ma un trasferimento di potere regolare e democratico sarà in ogni caso molto difficile.

Ad ogni modo, gli scenari che potrebbero profilarsi sono almeno tre.

1) Erdogan vince e consolida il suo regno

Secondo molti analisti interni alla Turchia, Erdogan sta cercando di seminare caos e panico pur di vincere la sfida. Per farlo è disposto a tutto: si tratta, a livello personale nonché nazionale, di una sfida esistenziale che lancia la Turchia in un’altra era. E’ di questa opinione, ad esempio, Can Dundar, ex caporedattore di Cumhuriyet. L’idea è che chiunque sfiderà il presidente o il governo sarà bollato come terrorista o traditore. Dundar è stato condannato nel 2016 a cinque anni di carcere per aver pubblicato un video che mostrava il contrabbando di armi turche ai jihadisti in Siria.

I media saranno fondamentali nel tentativo di giocarsi il tutto per tutto. Erdogan ne è diventato il più grande magnate in Turchia grazie al supporto dei suoi accoliti, arrivando a controllarne quasi l’80% . Ai turchi restano dunque i social networks (controllati) e la stampa in esilio. Una nuova legge approvata dal parlamento turco a ottobre potrebbe condannare fino a tre anni a giornalisti e utenti social per aver diffuso fake news: a soli sei mesi dalle elezioni questo assegna a Erdogan un enorme vantaggio.

E la politica estera? Il suo rambo style nei confronti di Grecia e Siria, unitamente alla maschera da Kissinger nel conflitto in Ucraina, serve a sparigliare le carte, traslando l’attenzione dall’interno verso l’esterno, fornendo alla patria il feedback di uomo forte.

2) Erdogan vince ma l’AKP perde la maggioranza

Anatra zoppa in salsa turca. Erdogan, come marchio politico, è molto più forte dell’Akp. Nella sua figura si consolida un progetto nuovo per la Turchia, per terra, per mare, in patria e all’estero. Se le elezioni si svolgessero domani, l’Akp e l’Mhp molto probabilmente perderebbero la maggioranza parlamentare a favore dei partiti di opposizione. Sarebbe il caos: il presidente non potrà approvare leggi in parlamento. Può provare a governare emanando decreti, ma non sarà un equilibrio sostenibile alla lunga e sarebbe costretto a nuove elezioni.

Un dato va riportato alla memoria: nel giugno 2015, settimane prima dell’inizio delle violenze che scossero il Paese, l’Akp aveva perso la maggioranza parlamentare per la prima volta da quando era salito al potere. Il voto portò a un parlamento sospeso: Erdogan chiese il ritorno alle urne. Cinque mesi dopo, con il sentimento nazionalista alle stelle, l’Akp riconquistò la maggioranza mentre il sangue scorreva ancora. Alcuni temono la possibilità di una simile situazione, con tanto di attacchi violenti alla vigilia delle elezioni del 2023 da parte del Pkk. Ciò rischia di spostare l’attenzione del pubblico dall’economia al terrore, innescando così una reazione nazionalista che giocherebbe a favore di Erdogan. Considerando, però, l’attuale pessimo stato dell’economia turca, tuttavia, questi sviluppi potrebbero comunque arrestare il calo del sostegno al presidente, pur non essendo sufficienti a compensare l’ascesa dell’opposizione.

In caso di anatra zoppa, con l’attuale sistema presidenziale, il presidente non ha bisogno dell’approvazione parlamentare per formare un gabinetto e potrebbe governare senza il fiato sul collo eccessivo da parte del legislativo. Se Erdogan vincesse la presidenza, potrebbe cooptare parlamentari dei partiti conservatori che attualmente fanno parte del blocco dell’opposizione; mutatis mutandis, in caso di vittoria dell’opposizione, anche alcuni parlamentari dell’Akp e dell’Mhp potrebbero decidere di cambiare bandiera. In entrambi gli scenari, l’aritmetica parlamentare dovrebbe cambiare nel periodo post-elettorale a seconda di chi vince la presidenza.

3) Erdogan perde: e l’AKP?

Burak Bekdil, uno dei più grandi analisti turchi ( licenziato dopo 29 anni dall’Hürriyet per vie della sua aperta critica al presidente) analizza cosa accadrebbe se Erdogan perdesse le elezioni presidenziali con un margine ristretto e l’Akp e l’Mhp perdessero la loro maggioranza parlamentare. Non sarebbe solo la fine dell’era Erdogan, ma l’inizio della guerra civile che scatenerebbe le ire dei lealisti che griderebbero al complotto straniero: scenderanno in piazza per attaccare il nemico, ovvero i turchi laici. Dal canto suo, l’Akp ha milioni di militanti in tutto il Paese, organizzati e un forte legame con SADAT (acronimo di Uluslararası Savunma Danışmanlık İnşaat Sanayi ve Ticaret), società turca operante nei settori della consulenza e dell’addestramento militare, fondata da ufficiali islamisti in pensione. SADAT è spesso accusata di addestrare gruppi paramilitari in Siria e Libia.

Scenario ancora più preoccupante per Erdogan sarebbe il seguente: perdere la presidenza a favore di un candidato approvato dalla Millet İttifakı. Stando agli attuali sondaggi di opinione, il presidente turco dovrebbe perdere contro tutti e tre i potenziali candidati congiunti dell’opposizione, vale a dire Kemal Kılıçdaroğlu, Ekrem İmamoğlu e Mansur Yavaş. Perdere la presidenza sarebbe un duro colpo per Erdogan, che verrebbe privato dell’accesso alle risorse pubbliche per far funzionare il carrozzone del suo partito e per fare vera opposizione: e probabilmente questo segnerebbe anche la fine dell’Akp.

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