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La Turchia scuote la conferenza di Palermo. Il vice presidente, Fuat Oktay, ha annunciato di “abbandonare la Conferenza di Palermo per la Libia con profondo disappunto” per non essere stata “coinvolta nella riunione informale del mattino”. Oktay, a capo della delegazione turca al vertice siciliano, ha detto che alla base dell’abbandono c’è il fatto che “non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia”.

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Secondo il governo di Ankara, la scelta di escludere la Turchia dalla riunione di questa mattina è “ingannevole ed è un processo dannoso”. E si è lasciato andare a una velata minaccia: “Ogni incontro che esclude la Turchia sarà controproducente per la soluzione del problema”. 

Le parole turche non sono affatto da sottovalutare. Perché Recep Tayyip Erdogan è stato da sempre interessato alla Libia. Anche se, almeno apparentemente, il governo turco sia sempre apparso distante dalla crisi nordafricana. In realtà non è così: Erdogan non è assolutamente disinteressato ai destini di Tripoli. E questo lo si è compreso sin dai primi anni della guerra successiva ala caduta di Muhammar Gheddafi.

La conferma di questo interesse turco per la Libia è stata data non solo dalla presenza di una delegazione di alto livello nella riunione di Palermo, ma anche dal viaggio del ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, che è stato ricevuto una settimana fa a Tripoli da Fayez al Sarraj. 

Secondo quanto riportato dai media turchi, Akar ha incontro il premier libico Sarraj, il ministro dell’Interno Fatih Ali Bashagha e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled al-Meshri. Mentre il ministro turco era accompagnato dal Capo di Stato maggiore, Yasar Güler, e dall’inviato del presidente Emrullah Isler. L’incontro di Tripoli è servito soprattutto a discutere di cooperazione militare, con Ankara che ha offerto aiuto nell’addestramento delle forze libiche e nell’unificazione dei vari eserciti che operano in Libia.

Erdogan vuole ripristinare l’influenza sul Paese nordafricano dopo una serie di errori di valutazione sul post-Gheddafi. Ma quello che conta è capire come possa incidere questo abbandono sulle sorti non solo del Paese ma anche su quelle della strategia italiana. Oktay ha speso parole in ogni caso positive sul governo italiano dicendo che qualcuno “ha abusato” dell’ospitalità italiana. Quindi non c’è stato un attacco contro Roma né contro Giuseppe Conte. Ma in ogni caso è evidente che ora Erdogan giocherà qualche asso nella manica per ribadire la presenza necessaria di Ankara sul tavolo libico.

E questa carta potrà essere, inevitabilmente, quella della Fratellanza musulmana. Una certa fondamentale, condivisa dalla Turchia e dal Qatar, alleati in Medio Oriente e anche nella partita libica. Entrambi presenti alla conferenza di Palermo, con il Qatar che si è impegnato ad aiutare l’Italia anche durante il viaggio di Matteo Salvini a Doha, i due Stati rappresentano giocatori imprescindibili per quanto riguarda le milizie e i partiti legati all’islam politico radicale. E questo potrà avere un peso molto rilevante nella stabilizzazione del Paese e nell’accoglienza del programma di pacificazione da parte delle forze politiche e militari legati ai Fratelli musulmani.

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Stabilizzazione in cui pesa anche lo scontro, ormai sempre più crescente, fra Grecia e Turchia. Perché sì, anche la Libia è un terreno di scontro fra Ankara e Atene. Secondo i media greci, Akar avrebbe presentato delle carte a Serraj per mostrare che la Grecia starebbe cercando di occupare la piattaforma continentale della Libia. Un’idea ribadita anche durante l’incontro di Tripoli, in cui il ministro della Difesa turco “ha affermato che la Grecia sta sfruttando l’instabilità che ha seguito il rovesciamento di Muhammar Gheddafi con l’intento di usurpare un’ampia sezione della piattaforma continentale libica”. 

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