“Vota per un Donbass con un cuore russo”. Questo è lo slogan che campeggia sui cartelli elettorali affissi nelle città delle regioni separatiste di Donetsk e Lugansk. Ieri i cittadini che vivono nei territori del sud-est dell’Ucraina controllati dai ribelli filo-russi si sono recati alle urne per scegliere i loro nuovi leader.

Elezioni queste che non erano in programma fino ad un paio di mesi fa. Non c’erano soldi, né candidati disponibili e mancavano persino le misure di sicurezza necessarie per il loro svolgimento. La morte dell’uomo forte di Donetsk, Alexander Zakharchenko, rimasto ucciso in un attentato il 31 agosto scorso, però, ha cambiato le carte in tavola. È un voto “che non ha niente a che vedere” con gli accordi di Minsk, ma che è “dettato dal bisogno di riempire il vuoto di potere causato dalla scomparsa di Zakharchenko”, ha confermato da Mosca anche la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Ma da Bruxelles, Washington e Kiev accusano la Russia di sostenere un’azione unilaterale che rappresenta una violazione del diritto internazionale. “Una farsa”, la definisce su Twitter l’ambasciata americana a Kiev, che ha invitato i cittadini ucraini che vivono nei territori delle repubbliche ribelli a boicottare le urne, mentre otto nazioni europee hanno condannato le elezioni alle Nazioni Unite, chiedendo alla Russia di bloccarne lo svolgimento.

Le elezioni, però, si faranno. E ad uscirne vincitore potrebbe essere un candidato molto diverso dal leader ucciso alla fine di agosto da una bomba posizionata in un cafè del centro di Donetsk. Mentre a Lugansk è quasi certa la riconferma di Leonid Pasechnik alla guida della Repubblica autoproclamatasi indipendente, a Donetsk, infatti, ad avere la meglio potrebbe essere un candidato in giacca e cravatta come Denis Pushilin: scarso sostegno popolare e buoni contatti a Mosca. Secondo gli esperti, infatti, non servono uomini in divisa in questa fase. Per porre fine ad un conflitto stagnante che dal 2014 ha lasciato sul campo oltre 10mila morti, c’è bisogno di una figura che “prenda decisioni impopolari”. Per dirla con altre parole, come ad esempio quelle usate dall’analista russo di Carnegie Moscow, Kirill Krivosheev, ci vuole qualcuno che sia disposto ad “avviare negoziati con Kiev”.

Intanto il presidente ucraino Petro Poroshenko fa la voce grossa e chiede l’inasprimento delle misure contro Mosca: “Mi aspetto che le finte elezioni che la Russia ha deciso di organizzare l’11 novembre porteranno a nuove sanzioni e dimostreranno che la pazienza dell’Occidente non è illimitata”. Ma anche lui usa toni da campagna elettorale in vista dell’appuntamento con le presidenziali del marzo prossimo. A Donetsk, invece, Pushilin promette “una repubblica pacifica per cittadini pacifici”.

Insomma, con una campagna elettorale basata su questioni sociali più che militari, la retorica dello scontro diretto sembra essere stata messa definitivamente da parte.

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