Appena superato lo scoglio delle midterm, con un Senato ancora in bilico, Washington si divide sul da farsi con Kiev. L’amministrazione Biden risulta spaccata, con parte del governo che vorrebbe premere su Kiev affinché cerchi la via diplomatica per mettere fine alla guerra, e altri consiglieri che invece ritengono sia ancora troppo presto. Il presidente Joe Biden compartecipa alla confusione con dichiarazioni dal dubbio orientamento: “Resta da vedere se ci sarà o meno un giudizio sul fatto che l’Ucraina sia pronta o meno a scendere a compromessi con la Russia”, ha affermato, per poi indorare la pillola con il ritornello del “Niente sull’Ucraina senza l’Ucraina“.

La comunicazione schizofrenica di Washington

Ancora una volta è la stampa Usa-confidente con l’intelligence-a raccontare le tribolazioni della Difesa e del Dipartimento di Stato. Secondo quanto riporta il New York Times, il capo di stato maggiore congiunto americano Mark Milley si è dichiarato convinto che Kiev abbia fatto sul terreno il possibile prima dall’inverno e dovrebbe ora cercare di cementare l’avanzata al tavolo dei negoziati.

La comunicazione di Washington qui si fa schizofrenica. Non sappiamo se volontariamente, lasciando a più canali il compito di sparigliare le carte, o involontariamente, per via di un grave conflitto di attribuzione in corso. Giovedì il Pentagono ha annunciato che avrebbe inviato altri 400 milioni di dollari in aiuti militari all’Ucraina. Tra le armi spedite ci saranno i primi sistemi mobili di difesa aerea Avenger, nonché missili per i sistemi di difesa aerea HAWK già forniti dalla Spagna, mortai, colpi di artiglieria, Humvee, lanciagranate, equipaggiamento per il freddo e munizioni per il Sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità, o HIMARS, che si sono dimostrati così efficaci nel respingere i russi.

Tuttavia, il dipartimento della Difesa ha respinto le richieste ucraine di droni Grey Eagle MQ-1C, che i funzionari americani temono possano essere utilizzati per colpire obiettivi in ​​territorio russo, rischiando una pericolosa escalation, come ha riferito il Wall Street Journal.

Falchi e colombe?

Altri alti funzionari resistono all’idea, sostenendo che nessuna delle parti è pronta a negoziare e che qualsiasi pausa nei combattimenti darebbe solo al presidente russo Vladimir Putin la possibilità di riorganizzarsi. Sebbene i consiglieri di Biden ritengano che la guerra sarà probabilmente risolta attraverso negoziati (quelli che indubbiamente stanno proseguendo sottotraccia), i funzionari hanno affermato che il momento non è opportuno e che gli Stati Uniti non dovrebbero pressare gli ucraini affinché si automutilino mentre sono nel pieno dello slancio. Tuttaaviaa, il dibattito, che i funzionari hanno descritto in condizione di anonimato perché non autorizzati a discutere di deliberazioni delicate, è diventato pubblico nei giorni scorsi, quando il generale Milley ha rilasciato commenti pubblici alludendo al suo consiglio privato.

Di difficile interpretazione diventa, dunque, iI viaggio di Jake Sullivan a Kiev, la scorsa settimana, che ha lasciato alcuni con l’impressione che l’amministrazione Biden stesse esortando Zelensky a mostrare la volontà di negoziare: questo cozzerebbe con la richiesta a quest’ultimo di pensare a quale “pace giusta” potrebbe adattarsi alle aspettative ucraine. La battaglia è anzitutto di credibilità: imporre a Zelensky di fermarsi e cedere sui territori occupati minerebbe la condotta Usa, Nato ed europea da febbraio fino a oggi. Oltre che polverizzare nel nulla milioni di dollari spesi in aiuti militari.

L’incertezza della Casa Bianca

La Casa Bianca, incerta ancora sul futuro delle dinamiche congressuali, e dunque della capacità di sostenere Kiev, non si espone troppo prendendo le distanze da qualsiasi azione che possa spingere il presidente ucraino a cedere territorio agli invasori russi, anche se Mosca ritira le forze dalla strategica città di Kherson. “Gli Stati Uniti non stanno facendo pressioni sull’Ucraina”, ha detto ai giornalisti Sullivan: “Non stiamo insistendo sulle cose con l’Ucraina. Quello che stiamo facendo è consultarci come partner e mostrare il nostro sostegno non solo attraverso dichiarazioni pubbliche o supporto morale, ma attraverso il supporto tangibile e fisico del tipo di assistenza militare che ho menzionato prima”.

La battaglia in quel di Washington sembra essere duplice e non tra le tradizionali linee di faglia tra falchi e colombe. Lo scontro sembra delinearsi tra “falchi di guerra”, propensi per un appoggio incondizionato a Kiev, e le “colombe del budget”, che più che dagli ideali wilsoniani sono mosse da ragioni di spending review e di nuovo isolazionismo. In questa complicata dinamica si inserisce l’accidentato destino di Biden, al cui futuro politico-ora pompato dalle midterm-è necessaria una medaglia sul petto: la fine del conflitto si presta a questo proposito. Per farlo, è necessario introdurre la possibilità della diplomazia senza dare l’impressione di stare consigliando agli ucraini cosa fare e come “arrendersi”. L’altra battaglia, dunque, è interna alla stessa Camelot presidenziale: quanto è, infatti, libero il presidente di decidere l’indirizzo politico di questa vicenda?

Dalle loro mappe e dai loro manuali, i generali lanciano l’allarme “Prima Guerra Mondiale”: restare bloccati in trincea senza produrre risultati degni al tavolo della diplomazia: per buona parte della Difesa a stelle e strisce, infatti, l’arrivo del generale inverno rappresenterebbe un momento cruciale, in cui l’Ucraina e i suoi alleati possono iniziare a lavorare per una soluzione politica perché una soluzione militare duratura potrebbe non essere ottenibile nel prossimo futuro.

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