L’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e il conseguente avvio di aspre discussioni sul futuro della globalizzazione e delle istituzioni commerciali globali si è sovrapposta, nell’ultimo biennio, alla sempre più profonda influenza della Cina di Xi Jinping, dominus a Pechino, nell’economia planetaria, a un’espansione che corre parallela alla “Nuova Via della Seta” e avvolge anche l’Europa.

La geopolitica contemporanea è geopolitica di imperi: imperi militari, imperi commerciali, imperi economici. All’Europa manca la volontà politica di acquisire una proiezione globale, una visione di lungo periodo e ad ampio raggio degli obiettivi comuni che possono unire gli interessi nazionali dei Paesi membri. E questo si riflette nella cronica incertezza con cui l’Unione Europea come istituzione si trova a dialogare con i grossi calibri del sistema internazionale: nelle relazioni con Stati Uniti, Russia, Cina l’Unione europea diminuisce il suo peso e funge da piattaforma per l’esacerbazione, piuttosto che per la compensazione, delle divergenze tra i suoi Stati membri.

E nel contesto della crescente rivalità sino-statunitense, ciò può essere fonte di numerosi problemi. Incerta su come porsi tanto davanti a Trump quanto davanti a Xi l’Europa risulta inerte e subisce, di conseguenza, l’Opa sui suoi membri da parte di entrambi i contendenti. 

L’Europa “tra Roma e Cartagine”

Una teoria molto in voga nello studio delle relazioni internazionali ipotizza il rischio della “trappola di Tucidide“, ovvero il conflitto aperto tra la potenza egemone in declino relativo e un vigoroso sfidante in rapida ascesa, in questo caso impersonate dagli Usa e dalla Cina. Non c’è spazio per un’Europa “terza forza”, come ipotizzato negli Anni Sessanta da Charles de Gaulle: gli Stati Uniti e la Cina hanno una strategia per l’Europa, ma non si può dire affatto il contrario.

E il rischio, in questo contesto, è che sul lungo periodo i Paesi del Vecchio Continente siano costretti a schierarsi in maniera netta dopo che gli eventi li avranno irrimediabilmente sorpassati. Questo è il timore di un grande esperto come Carlo Pelanda, che ipotizza la soluzione di un grande compattamento dell’Europa dietro il vessillo statunitense in nome della sintonia occidentale. “L’ Europa deve andare oltre le parole e schierarsi”, ha detto l’economista e politologo a Libero, “o Roma, o Cartagine. E deve scegliere Roma, cioè Washington. Non può permettersi una guerra commerciale con gli States.  Occorre rinegoziare un grande accordo di libero scambio: un sistema integrato euro-americano al cui interno si decida la linea comune da tenere con Pechino. Unica via che consenta all’Occidente di vincere”.

Il timore cinese prevarrà sulla strategia razionale?

L’auspicio di Pelanda è in un certo senso molto realistico. La mancanza di una visione globale porterebbe senza dubbio la maggior parte dei Paesi europei a privilegiare lo status quo a un salto nel buio. E la situazione attuale parla di Paesi tuttora fortemente vincolati a Washington da ragioni securitarie e geopolitiche, nonostante tutti gli screzi in campo commerciale.

Chiamati a scegliere, difficilmente i governi europei tra Pechino e Washington abbraccerebbero il dragone cinese. Questo vale anche per quei Paesi, come la Grecia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, in cui Pechino è intervenuta con massicci investimenti e acquisizioni industriali per progettare la piattaforma veterocontinentale della Belt and Road Initiative. E vale, nonostante tutti i tentativi di apertura del nuovo governo, anche per l’Italia. Roma ha tutto l’interesse a essere un ponte tra Oriente e Occidente, ma la sua collocazione occidentale è chiara.

E se il nuovo esecutivo, inaugurando una strategia economica di ampio respiro verso la Cina, risulta in prima fila nell’interesse alla “Nuova Via della Seta”, al tempo stesso si professa come uno dei governi più fedelmente allineati agli Stati Uniti negli scenari globali.

Giulio Sapelli in un’intervista a Formiche ha espresso dubbi nei confronti della crescente “infatuazione” per la Cina: “Gli Stati Uniti, dei quali siamo stretti alleati nella Nato e non solo, continuano ad esprimere preoccupazione per le ambizioni globali della Cina ed è nostro compito, oltre che nostro interesse diretto, considerarle in modo autonomo ma approfondito, senza lasciare nulla al caso. […]  Le ragioni economiche rappresentano sicuramente un elemento importante in questa “infatuazione”, ma non sono le sole, soprattutto quando si tratta di asset delicati e strategici. Alla base c’è una caratteristica del tutto culturale, ovvero una certa vocazione a un “cosmopolitismo”, inteso in senso negativo, che non sempre tutela il nostro interesse nazionale”.

Le preoccupazioni crescenti per gli investimenti cinesi

Del resto, in campo europeo sta montando negli ultimi mesi una crescente preoccupazione per le modalità di ingresso dei capitali cinesi nelle imprese e nelle attività economiche del continente, che non segnala certamente l’avvio di una “grande strategia” ma è sintomatico in quanto corroborato da diverse prese di posizioni ufficiali nei confronti di Pechino.

Come scrive Libero, “Gli investimenti cinesi in Europa provengono solitamente (63% in valore delle operazioni concluse nell’ ultimo decennio) dalle imprese sostenute dallo stato e dai fondi di investimento. Nel mirino i settori più redditizi: energia, prodotti chimici, infrastrutture di trasporto. Compagnie che fanno capo a Pechino hanno scalato la Syngenta, colosso svizzero dei pesticidi. Possiedono il nevralgico porto ateniese del Pireo. Controllano l’ aeroporto londinese di Heathrow, numero uno del traffico passeggeri in Gran Bretagna, quello di Francoforte Hahn, snodo europeo dei voli intercontinentali, quello di Tolosa Blagnac, nei cui pressi sorgono sede e stabilimento principale di Airbus. E ancora: la centrale elettronucleare britannica di Hinkley point C. Il gruppo Psa, produttore delle Cyiroën e delle Peugeot, icona dell’ industria automobilistica francese. La nostra invidiata Pirelli, super-marchio della gomma. Nulla viene lasciato al caso. Ogni passo risponde a una meditata strategia”.

Nella Grecia squassata dall’austerità sono finiti in mano cinese i terminal del Pireo; in Francia, un’acquisizione simbolica è destinata ad essere quella dei vigneti del Bordeaux, mentre in Germania capitali cinesi controllano il 10% di Daimler. Di fronte a tanto attivismo, lo screening sui capitali, che ha coinvolto anche settori quali lo sport, la moda e il lusso, è cresciuto in maniera intensa. L’Europa, per ora, controlla. Ma non si schiera. I singoli Paesi vanno in ordine sparso, ciascuno con la propria idea di relazioni internazionali, molto spesso contrastante con quella dei vicini. E in questo contesto, l’Europa stessa aiuta Cina e Stati Uniti a polarizzarla e relegarla ai margini in una contesa bipolare in cui il terzo polo spicca per la sua assenza.

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