Il Regno Unito si prepara ai blackout invernali, come fu negli anni ’70, in barba alle promesse elettorali. Il nuovo primo ministro inglese aveva appena finito di scusarsi per il disastro generato dalla presenza del taglio dell’aliquota al 45% per i redditi superiori a 150.000 Sterline nel mini budget, che ora deve gestire l’ennesimo flop: quello energetico.

La scorsa estate, durante la campagna che avrebbe designato l’erede di Boris Johnson alla guida del partito conservatore e del governo, Liz Truss era stata categorica nel garantire una presenza di scorte sufficienti per scaldare il rigido inverno inglese, prendendo le distanze dal suo rivale, Rishi Sunak, che invece paventava l’ipotesi di razionamenti. 

Ora, però, tra le mani di Liz Truss è arrivato il rapporto presentato da ESO (National Grid Electricity System Operator) che, nella stima del bilanciamento tra domanda e offerta di forniture elettriche, contrariamente a quanto profilato nelle rosee previsioni dello scorso Luglio, ha decisamente invertito la rotta. Londra non sarebbe più in grado di assicurare le forniture necessarie a scongiurare blackout tra Dicembre e Marzo 2023. La conclusione del report avrebbe indotto i relatori a suggerire, in caso di emergenza, un razionamento di 3-4 ore della fornitura.

Chi fornisce energia al Regno Unito

Il Regno Unito, diversamente da altri paesi Europei, Germania e Italia in primis, gode di una maggiore indipendenza dal gas russo grazie alle risorse presenti nel Mare del Nord e a quelle fornite attraverso il passaggio dalla Norvegia. Tre quarti del gas importati arrivano da lì, oltre a circa 1.4 gigawatts (GW) di elettricità che percorrono 730km lungo un cavo che collega Blyth in Northumberland a Kvilldal sulla costa opposta. 

Questa, come evidenziato nella lettera che Liz Truss ha pubblicato sul Times prima di recarsi a Praga per incontrare i leader europei, rappresenta la fonte di approvvigionamento per almeno 1 milione e mezzo di case, considerando che qui, dati del 2021, il 40% dell’elettricità si produce dal gas. Di più, il Paese è collegato all’Europa da condotti che arrivano in Belgio e Olanda e attraverso i quali il gas viene spedito in entrambe le direzioni, sulla base dei costi. Questo flusso è principalmente diretto verso le esportazioni nel continente per assicurare i grandi stoccaggi che sull’isola non sarebbero possibili. 

Finora il sistema ha retto perché, in caso di necessità, gli inglesi si sono ripresi indietro il loro gas, esattamente come accade con l’elettricità trasferita attraverso conduttori collegati a Francia, Belgio, Olanda e Norvegia.  Ma l’inverno in arrivo si prospetta differente, ha chiarito il report di National Grid, perché anche i paesi europei sono in deficit.

Al di là degli scenari geopolitici, la Francia sta avendo problemi con i suoi reattori nucleari e la Norvegia sta soffrendo per via della siccità che non permette di alimentare il suo potenziale idroelettrico. Da qui il timore che lo stato scandinavo possa decidere di tagliare il cordone con Uk ed Europa per proteggere e garantire il suo uso interno.

Il conflitto in Ucraina e le conseguenze nelle forniture in arrivo dalla Russia per il Regno Unito non rappresentano, invece, un problema primario.  Negli ultimi 4 mesi, le importazioni di gas da quella latitudine sono state praticamente azzerate e lo stesso dicasi per il flusso di petrolio russo che, negli ultimi 2 mesi, è arrivato a zero. Il complessivo delle importazioni dalla Russia, nel periodo che va da Gennaio a Luglio 2022 è sceso a una percentuale del 4%.

I documenti ufficiali della Camera dei Comuni certificano che, in un anno, le importazioni dalla Russia di gas, petrolio e combustibili fossili sono crollate del 96%. A controbilanciare questi tagli è la capacità di fare affidamento sul gas liquido naturale (LNG) fornito da Qatar e Stati Uniti, ma se le temperature precipitassero repentinamente, non ci sarebbe nessuna garanzia di forniture adeguate, sopratutto per le abitazioni degli inglesi.

Il blackout di Liz Truss

L’allarme blackout in realtà era già scattato quando, solo qualche giorno prima del report di ESO, il fornitore di energia Ofgem aveva parlato apertamente del “rischio importante” di trovarsi in emergenza per l’impossibilità di garantire forniture di gas secondo gli standard richiesti abitualmente. 

E qui tornano in gioco le promesse e i guai di Liz Truss. Interpellata sul tema, mentre si trovava a Praga a rinsaldare il rapporti di “amicizia” con Emmanuel Macron e a farsi immortalare sorridente con Mario Draghi, ha glissato, limitandosi ad un generico “Siamo messi meglio di molti altri paesi europei”, ma senza smentire chiaramente la possibilità del blackout. Questa impasse è un’altra mina sulla già fragile posizione del primo ministro la cui leadership non è mai stata veramente riconosciuta.

La sua elezione, in settembre, non è avvenuta grazie al sostegno dei deputati del suo partito presenti a Westminster e questa mancanza di un largo consenso, con un automatismo tipico della spietatezza della politica, trasforma ogni passo falso in un’occasione per generare caos. Così, dal palazzo, partono dichiarazioni a ruota libera e le indiscrezioni finiscono in pasto ai media.

Esattamente quanto accaduto al Times, che ha ricevuto una segnalazione in base alla quale Liz Truss avrebbe sonoramente bocciato la campagna di comunicazione studiata ad hoc dal politico di lungo corso e oggi business Secretary, Jacob Rees-Mogg. L’idea era quella di sensibilizzare gli inglesi al consumo intelligente delle risorse con un piano costato 15 milioni di Sterline. I sudditi di sua maestà avrebbero ricevuto indicazioni su come risparmiare fino a 300 Sterline all’anno, abbassando la temperatura della caldaia (misura poi stralciata per timore di avere conseguenze sui più fragili e sugli anziani), spegnendo i termosifoni nelle stanze vuote e il riscaldamento quando si esce di casa.

Liz Truss, ideologicamente contraria a questo stile, non avrebbe digerito l’approccio troppo “interventista” ed invasivo nella libertà dei cittadini. Come ampiamente chiarito nel suo discorso alla convention del partito a Birmingham, il primo ministro non ha la minima intenzione di dire al suo popolo cosa deve fare, men che meno tra le mura di casa. 

Ma le voci sparse dal palazzo hanno acceso l’artiglieria del fuoco amico: “decisione stupida – avrebbe riferito una fonte interna – perché non si davano lezioni di vita, ma di risparmio”. Per Liz Truss, però, l’idea di essere accusata di ricreare un “nanny State”, uno stato-balia troppo presente, è inaccettabile. Se da una parte si infilerebbe un dito negli occhi alla capacità di fare libera impresa tipicamente anglosassone, dall’altra si minerebbe il principio dell’assoluta non ingerenza dello Stato sulla vita dei cittadini, soprattutto quando è a guida Tories.

Il fracking per la ricerca di petrolio e gas

Il fuoco amico non si ferma qui. Le ultime decisioni da parte del governo, che ha revocato i divieti imposti nel 2019 di effettuare fracking in mare per estrarre gas e ha elargito 100 nuove licenze per scavare alla ricerca petrolio e gas, non sono andate giù ai laburisti, agli ambientalisti e a molti deputati conservatori, preoccupati per le conseguenze nell’opinione pubblica e della loro futura rielezione.

Il rischio sismico che potrebbe conseguire alle trivellazioni è una eventualità sulla quale la scienza ancora non avrebbe una posizione univoca e definita e questo fa paura. L’ultimo sondaggio commissionato dal governo sul fracking, nell’autunno del 2021, dimostrò che solo il 17% dei cittadini intervistati sosteneva la possibilità di procedere su quella strada, mentre ’87% era totalmente favorevole alle energie rinnovabili. 

Per aggirare l’ostacolo, il governo ha già in tasca la sua strategia pronta: pagare da 500 a 1000 sterline i residenti delle zone interessate al fracking per ottenere il consenso a procedere con le esplorazioni.  E se questo non bastasse è pronto un piano per distribuire royalties, dall’1 al 6%, sulle estrazioni effettuate.

La stima fornita dalle aziende del settore valuta un costo tra i 4 e i 400 milioni di sterline per ogni sito interessato, soldi che andrebbero spalmati in circa 20 anni e soggetti al prezzo del gas e alla produttività dei pozzi. “Con il 50% più uno dei consensi, raccolti porta a porta – ha spiegato Rees Moog – si potrà procedere”. Nel frattempo, se non si potranno garantire le forniture necessarie si dovrà approvare il via libera ai blackout.  Normalmente queste misure sono controfirmate dal primo ministro e dal re, Carlo III. Ma Liz Truss, a Natale, sarà ancora a Downing Street? Molti inglesi scommettono di no.

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