È arrivato un altro successo per l’amministrazione Trump per quel che riguarda la politica interna. Il tycoon ha infatti bruciato le tappe e in un anno e mezzo di presidenza è già riuscito a dare al suo Paese la piena occupazione.

La disoccupazione quasi azzerata

Secondo quanto riportato da ilSole24Ore lo scorso aprile 2018 è stato un mese più che fortunato per il mercato del lavoro americano. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3.9%. Un dato che non si vedeva dal 2000, l’ultimo anno della presidenza Clinton, quando anch’egli raggiunse lo stesso obiettivo di piena occupazione. Diciassette anni dopo Donald Trump ha fatto lo stesso, andando anche oltre le attese che davano la disoccupazione non scendere oltre il 4%. Salgono adesso a 164.000 i posti di lavoro creati nell’ultimo mese con ben 24.000 assunzioni nette solo nel settore manifatturiero.

Un bel segnale per rassicurare un mercato che si credeva prossimo a terremoti dopo la palesata volontà presidenziale di imporre dazi commerciali per diversi settori. Si trasforma così in realtà quel concetto espresso a più riprese dal tycoon durante la sua campagna elettorale. Il lavoro. Il lavoro come priorità per la società americana.

Tutti i record dell’amministrazione Trump

Questo risultato si accumula ad altri già raggiunti dall’amministrazione Trump nella gestione della politica interna. Su tutti vi è la riforma fiscale approvata lo scorso dicembre 2017. L’attuale livello di occupazione può essere ragionevolmente attribuito proprio a questa nuova legge che ha ridotto notevolmente l’imposizione fiscale per le aziende americane, passando dal 35 al 21%. Segnali che hanno evidentemente incoraggiato gli imprenditori americani ad aumentare le assunzioni e contribuire così al raggiungimento del record storico ottenuto.

Da segnalare tra le altre vittorie in casa del tycoon un altro record, questa volta toccato a Wall Street. “È stato un anno memorabile per gli investitori in azioni”, aveva avuto modo di sottolineare Alan Skrainka del Cornerstone Welth Management alla fine del dicembre 2017. In effetti i principali titoli a Wall Street avevano più che festeggiato alla fine dell’anno scorso, con il Dow Jones al 25,8%, il Nasdaq al 28,24% e l’S&P 500 al 19,42%. Numeri che anche in questo caso non si vedevano da vent’anni.

La narrativa anti Trump negli Stati Uniti

Se da una parte la Casa Bianca festeggia, dall’altra c’è una schiera di critici che sorride a denti stretti e dà una visione alternativa della realtà. Il Washington Post per esempio descrive il calo di disoccupazione registrato a fine aprile senza citare nemmeno una volta il nome del Presidente americano. Inoltre nello stesso giornale si pone l’accento su come questa imprevista disoccupazione potrebbe essere in realtà l’inizio di un aumento d’inflazione. In realtà sembra che dalla Federal Reserve abbiano la situazione ampiamente sotto controllo e in tempi non sospetti ufficiali della Fed hanno dichiarato alla Reuters che “l’inflazione rimarrà al livello previsto del 2%”.

Tuttavia lo stesso pessimismo fa da cornice anche sulle pagine del New York Times, dove anche in questo caso, il nome di Donald Trump non viene associato al risultato raggiunto in termini di occupazione. Anzi il quotidiano newyorkese sostiene che “l’avvicinamento della presidenza Trump ad una guerra commerciale ha diffuso incertezza in tutta l’economia americana”. In realtà anche in questo caso c’è una smentita rispetto una possibile guerra commerciale e arriva direttamente dai quotidiani cinesi. “A dispetto delle grandi differenze i due Paesi sono d’accordo nel continuare il dialogo sul commercio”, si legge sui giornali di Stato cinesi, come riportato dalla CNBC.

Due narrative diverse per spiegare, o giustificare, lo stesso successo. La vera sfida per Donald Trump è però appena cominciata, perché gli Stati Uniti e il mondo intero si apprestano ora a gestire un enorme cambiamento nel mercato del lavoro. Secondo uno scenario prospettato dal DaVinci Institute saranno infatti 2 miliardi le persone che potrebbero perdere il lavoro a causa della progressiva digitalizzazione delle competenze richieste. Uno scenario quasi apocalittico cui la presidenza Trump dovrà attrezzarsi. 

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