La caccia a Donald Trump da parte delle grandi corporazioni private che gestiscono la società virtuale, da Facebook a YouTube, ha assunto rapidamente la forma di una censura generalizzata nei confronti del pensiero libero e di tutti coloro che tentano di difenderlo, come ad esempio la piattaforma sociale Parler, vittima di boicottaggio da parte di Google, Amazon e Apple.

La deriva liberticida ha trovato vasta e calda accoglienza presso l’elettorato liberal-progressista delle due sponde dell’Atlantico, tanto negli Stati Uniti quanto in Italia, venendo recepita con inquietudine e preoccupazione da personalità più analitiche e lungimiranti, poco o nulla condizionate dall’emozione del momento e dalle simpatie politiche, come Edward Snowden e Francis Fukuyama. Le voci fuori dal coro, però, sono scarse ed ininfluenti, mentre coloro che dispongono del potere effettivo, dagli imprenditori ai politici, supportano la campagna di silenziamento di massa.

Nella folta schiera dei sostenitori della normalizzazione della censura si è inserito Heiko Maas, l’attuale ministro degli Esteri tedesco, il quale ha lanciato una proposta all’indirizzo dell’incombente amministrazione Biden: dare vita un “piano Marshall” per proteggere la democrazia liberale.

La proposta di Maas

A Klemens von Metternich si attribuisce la celebre massima “quando Parigi starnutisce l’Europa si becca un raffreddore”, espressa in occasione dell’abdicazione di Luigi Filippo d’Orleans al culmine della rivoluzione francese del 1848. Da quella data ad oggi il mondo è profondamente cambiato, la stessa Europa presenta un’identità differente, ragion per cui l’adagio richiede un’attualizzazione: “Quando Washington starnutisce l’Europa si becca un raffreddore”.

Il collegamento tra i sistemi immunitari delle due sponde dell’Atlantico ha fatto sì che, dal secondo dopoguerra ad oggi, il Vecchio Continente si sia influenzato in reazione ad ogni colpo di tosse partito da Washington. Gli esempi di contagio più recente sono l’importazione delle battaglie di Black Lives Matterdella cultura della cancellazione e la normalizzazione della censura nel nome della difesa della democrazia liberale.

È stato Heiko Maas, il capo della diplomazia di Berlino, a manifestare la volontà di far aderire l’Europa alla guerra alle libertà di parola e pensiero con il pretesto di proteggere l’integrità delle società liberali. La proposta è stata lanciata il 9 gennaio, al culmine dello scontro tra i giganti della rete e Donald Trump, e prevede, in sostanza, che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si uniscano per dare vita al “piano Marshall per la democrazia”.

Maas non è sceso nei dettagli, ma ha offerto due indizi utili a capire quali missione e forma potrebbe assumere il piano Marshall per la democrazia. Il primo, molto importante, è un richiamo alla proposta di Joe Biden di dar vita ad un’alleanza fra le democrazie per combattere contro regimi illiberali, autoritari e dittatoriali; il piano Marshall potrebbe trovare facile inserimento all’interno dell’agenda internazionalista liberale della futura amministrazione.

Il secondo riguarda l'”Alleanza per il Multilateralismo”, una piattaforma di cooperazione internazionale lanciata nel 2019 su iniziativa franco-tedesca e comprendente, ad oggi, più di venti stati in tutto il mondo. La difesa del modello politico-sociale di stampo liberale potrebbe trovare terreno fertile nell’agenda estera di Biden, e prosperare attraverso la promozione del multilateralismo da parte europea.

Washington e Bruxelles, due corpi e un solo cuore, e, quindi, un destino condiviso; questa è la visione di Maas ed è il motivo per cui la battaglia dei giganti della rete contro Trump e i suoi sostenitori dovrebbe essere appoggiata apertamente anche dagli europei: “Non dobbiamo cedere terreno ai nemici della democrazia. E questo si applica non soltanto negli Stati Uniti, ma anche qui in Germania e in Europa. Senza democrazia negli Stati Uniti, non c’è democrazia in Europa”.

Salvare la democrazia da…?

Il piano Marshall per la democrazia presenta un duplice obiettivo: riportare Berlino nelle grazie di Washington – la speranza è che l’amministrazione Biden cessi, o riduca sensibilmente, la guerra sotterranea all’economia tedesca –, e annichilire la resistenza all’egemonia francotedesca all’interno dell’Ue proveniente dall’alleanza Visegrad.

Le ragioni di Maas hanno a che fare più con l’interesse nazionale che con l’idealismo, sono le ragioni di un principe machiavellico, pragmatico e calcolatore, che sa come cavalcare gli eventi, anche i più travolgenti. La difesa della democrazia liberale, una causa vincente perché inattaccabile, potrebbe rivelarsi il movente di una riconciliazione germano-americana – anche se temporanea – utile a dare fiato a Berlino; il fiato necessario per accelerare l’accumulazione di ricchezza e per piegare l’ultima sacca di resistenza ai disegni egemonici tedeschi nell’Ue, ossia l’alleanza Visegrad.

Concretamente parlando, ossia a livello di effetti ed impatto sulla quotidianità, il piano Marshall per la democrazia altro non sarebbe che un instrumentum regni dell’imperialismo morale tipico dell’internazionalismo liberale. La normalizzazione della censura temuta da Snowden potrebbe diventare realtà: il prezzo di una critica e di un’idea, distorte e vendute come antidemocratiche per quanto intelligenti, innocue e costruttive, potrebbe essere la damnatio memoriae 2.0, ovvero la de-piattaformizzazione, la cancellazione dalla società virtuale.

La logica alla base del sistema del pensiero unico, del resto, non ammette né tollera le possibilità di replica: teoricamente promuove la circolazione delle idee e una visione del mondo e delle cose relativista e postmodernista, praticamente aborra la prima e crede fermamente nella supremazia (e nell’universalità) della propria cogitatio, ragion per cui anela all’eutanasia del pensiero libero. La verità del secondo punto, mai del tutto nascosta dai padrini liberal, si è palesata nella sua interezza negli anni dell’era Trump e in questo periodo di transizione.

Il piano Marshall per la democrazia, così come le altre forme di aggressione istituzionalizzata al pensiero indipendente che verranno instaurate in e da più parti, verrà presentato – se mai prenderà vita – come uno scudo protettivo popperiano necessario a difendere le fondamenta delle società libere e liberali, ma, nei fatti, sarà una spada con cui ferire, e possibilmente uccidere, i “nemici della democrazia” – un’etichetta volutamente ambigua funzionale a giustificare la soppressione del dissenso, anche quello più legittimo, e a sveltire l’imposizione alle masse di un pensiero unico e promanante dall’alto.

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