La Corea del Nord potrebbe effettuare un test di un missile balistico intercontinentale (Icbm) o un test nucleare per fare pressione sugli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato previste per novembre del prossimo anno. A riferirlo è l’agenzia stampa sudcoreana Yonhap News citando un think tank con sede a Seul.

Il regime di Kim Jong-un si è astenuto dal lanciare Icbm e dall’effettuare test atomici da novembre 2017: una moratoria autoimposta come prova di buona volontà finalizzata alle trattative con Washington per la pacificazione e denuclearizzazione della penisola coreana. Secondo alcuni analisti dell’Asan Institute for Policy Studies, però, questa tregua potrebbe cessare nel corso del prossimo anno per cercare di riportare in auge la questione degli arsenali missilistico e nucleare nordcoreani che sono stati al centro di una escalation durante la presidenza Trump. Escalation che ha portato allo storico vertice di Singapore che però non ha ottenuto i risultati sperati, essendo la situazione rimasta in una fase di stallo soprattutto dal summit di Hanoi del 2019.

“È probabile che la Corea del Nord si concentri maggiormente sulle provocazioni piuttosto che sul dialogo”, ha affermato l’istituto, rilevando la possibilità che Pyongyang potrebbe impegnarsi in un’azione clamorosa tra maggio e novembre: a maggio infatti dovrebbe essere eletto un nuovo governo in Corea del Sud.

Il Nord dal 2017 ha tenuto sempre un basso profilo nei suoi test missilistici, evitando accuratamente, invece, quelli atomici. Si è trattato per la maggior parte di sistemi balistici a corto raggio (Srbm) che non hanno sorvolato lo spazio aereo nipponico, altro fattore destabilizzante che caratterizza i lanci di vettori di più lunga portata come Mrbm, Irbm e Icbm. Il regime nordcoreano recentemente ha anche effettuato un importante test di un nuovo missile balistico lanciato da sottomarino (Slbm) e di un missile “ipersonico”, che però potrebbe non essere propriamente tale.

L’istituto sudcoreano afferma che se l’amministrazione statunitense non dovesse prendere provvedimenti tornando al tavolo delle trattative nonostante queste provocazioni, il Nord potrebbe ricominciare a lanciare missili a lungo raggio o addirittura effettuare un nuovo test nucleare.

Gli Stati Uniti hanno intrapreso la via puramente diplomatica con la Corea del Nord, senza quindi utilizzare lo strumento militare per mettere pressione come fatto da Trump, ma non si è giunti a definire un incontro in quanto Washington richiede troppo genericamente a Pyongyang di dimostrare la propria volontà di “denuclearizzarsi”. Di rimando la Corea del Nord ha risposto chiedendo agli Usa di ritirare prima la sua “politica ostile”.

Come vi avevamo ampiamente predetto, uno dei dossier più difficili dell’amministrazione Biden è quello nordcoreano: la strada delle sole sanzioni, come fatto durante la presidenza di Barack Obama, non è né risolutiva né percorribile, e nemmeno quella del dialogo esclusivamente diplomatico. Occorre cambiare paradigma e cercare di portare Pyongyang al tavolo delle trattative con offerte seducenti ma mantenendo posizioni di forza, altrimenti il regime continuerà a utilizzare la tattica che ha sempre utilizzato in questi decenni: alzare la tensione internazionale con lanci missilistici o test nucleari per strappare condizioni migliori ai successivi negoziati, senza però intaccare realmente il proprio programma atomico o missilistico, che è il vero snodo cruciale di tutta la questione.

Gli Stati Uniti, al momento, hanno recuperato il rapporto con gli alleati dell’area per cercare un’azione diplomatica concertata, ma non sono state intraprese azioni risolutive. L’obiettivo di Washington, indipendentemente dall’amministrazione, è quello di eliminare la minaccia atomica e denuclearizzare la penisola coreana, mentre quello di Pyongyang è salvaguardare l’esistenza del regime mettendolo al riparo da eventuali tentativi di rovesciamento manu militari come avvenuto in Libia o come si è cercato di fare in Siria. L’arsenale atomico, o per meglio dire la capacità di deterrenza atomica credibile, della Corea del Nord serve proprio a questo.

Se però un qualche tipo di azione provocatoria sarebbe stata plausibile nei primi mesi della presidenza Biden, ora, data l’attuale congiuntura internazionale, ci sembra poco verosimile che Pyongyang possa effettuare un test di un missile balistico intercontinentale o addirittura un test nucleare. Un simile scenario provocherebbe una reazione statunitense rapida con lo schieramento di – ulteriori – assetti militari nell’area del Pacifico Occidentale e soprattutto nella zona che va dal Mar del Giappone al Mar Giallo, quindi nel “cortile di casa” della Cina, che, in questo momento, vuole evitare che i gruppi d’attacco di portaerei e i bombardieri strategici statunitensi siano schierati “in pianta stabile” in maggior numero nell’area, essendo già fin troppo presenti secondo il punto di vista di Pechino.

È ragionevole pertanto supporre che la Cina cercherà di allontanare la possibilità di un test politicamente “dirompente” di qualche tipo sfruttando i legami che intercorrono con la Corea del Nord, che dipende quasi interamente dal suo vicino per la propria sussistenza: dopo due anni di crollo dovuto alla pandemia, infatti, il commercio marittimo tra Pyongyang e Pechino sembra essere ripreso con l’allentamento delle restrizioni, sebbene non sia tornato ai livelli prepandemici anche per la decisione cinese di riservare le proprie scorte di carbone per il mercato interno. Kim però ci ha abituato a mosse del tutto imprevedibili, quindi non è possibile scartare totalmente l’ipotesi di un lancio di un Icbm, che rappresenterebbe una mossa destabilizzante ma non al livello di un test atomico.

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