Una road map verso la giustizia“. Così i nove membri della commissione di inchiesta sull’assalto a Capitol Hill ha definito il rapporto finale dopo suoi 18 mesi di lavoro, intendendo come giustizia l’incriminazione di Donald Trump, ed alcuni dei suoi fedelissimi, per aver incitato la rivolta del 6 gennaio 2021. Il voluminoso rapporto, con le migliaia di pagine di trascrizioni di deposizioni ed altri documenti, verrà pubblicato tra qualche ora ma dalla sintesi di 160 pagine, diffusa ieri, emerge chiaro l’impianto accusatorio nei confronti dell’ex presidente.

Cosa chiede la commissione

Ovviamente, non si tratta di un’incriminazione tantomeno di una decisione di merito irrevocabile: il panel della Camera, mediante questo verdetto, conclude la sua ultima udienza pubblica approvando all’unanimità la relazione finale dell’inchiesta decidendo di deferire alla giustizia Trump.

Per la prima volta nella storia americana, la commissione chiede l’incriminazione di un ex presidente per accuse gravissime: l’aver “incitato ed aiutato” un’insurrezione, con la convocazione per il 6 gennaio di una folla sfrenata di sostenitori, alcuni dei quali armati, che ha esortato a marciare sul Congresso; l’aver ostacolato il processo di trasferimento del potere verso l’amministrazione Biden; l’aver complottato per defraudare gli Stati Uniti e per rendere false dichiarazioni, tentando di rovesciare il voto dei grandi elettori.

Insieme a Trump, viene chiesta l’incriminazione di John Eastman, l’avvocato che ha partecipato ai tentativi di rovesciare l’esito elettorale: il comitato lascia aperta la possibilità che il dipartimento di Giustizia possa decidere di intervenire contro altri fedelissimi di Trump solo una volta analizzata la mole di prove raccolte durante l’inchiesta. Quattro parlamentari repubblicani (Kevin McCarthy, Jim Jordan, Scott Perry e Andy Biggs) saranno inoltre deferiti alla Commissione etica della Camera per non aver ottemperato alle citazioni.

Cosa accade adesso

Quello che avverrà da qui in poi non è affatto un passaggio obbligato. Il deferimento non obbliga il Dipartimento di giustizia a intraprendere un’azione, ma manda un segnale politico e potente in merito. In ogni caso, il Dipartimento vede già Trump oggetto di un’indagine penale sulla stessa vicenda, come pure in quella del sequestro di documenti classificati nella sua residenza di Mar-a-Lago. Ad aggravare la situazione del tycoon, potrebbe arrivare martedì prossimo la Commissione fiscale della Camera, se decidesse di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi di ben otto anni, dopo essere riuscita ad acquisirle. All’indomani della richiesta di incriminazione, la maggioranza uscente alla Camera si accinge a votare per la pubblicazione delle sue dichiarazioni dei redditi, che il tycoon ha cercato per anni, e con tutti i mezzi, di tenere segrete. A differenza della commissione di inchiesta, il presidente dalla commissione Finanze, il democratico Richard Neal, ha mantenuto il più stretto riserbo sulla seduta e sugli eventuali tempi dalla pubblicazione. Se la commissione votasse per il sì, si tratterebbe dell’ultimo “regalo” della maggioranza uscente al Gop.

Il Gop si spacca su Trump (ancora una volta)

Il clima già teso nel Gotha della democrazia americana, adesso rischia di avvelenarsi ulteriormente. Trump ha accusato la commissione di “fabbricare false accuse” contro di lui come parte di un tentativo di bloccare la sua candidatura alla Casa Bianca. Il pollice verso a danno dell’ex presidente giunge soprattutto dai membri dissidenti del Gop: fra questi l’inossidabile Liz Cheney, che lo accusa di essere “inadatto per qualsiasi incarico pubblico” e di aver “infranto la fiducia” nel sistema elettorale. “L’intera nazione sa chi è responsabile per quel giorno. A parte questo, non ho nessun commento immediato”: così, invece, ha commentato il leader del repubblicani al Senato, Mitch McConnell, noto per la sua faida anti-Trump. Nel febbraio del 2021, il leader repubblicano denunciò nell’aula del Senato la responsabilità di Trump, difendendo allo stesso tempo la sua decisione di non votare per la condanna al processo di impeachment.

Singolare, invece, la posizione di Mike Pence che sull’assalto a Capitol Hill aveva mantenuto una posizione di alto profilo: l’ex vicepresidente, potenziale sfidante Gop alla Casa Bianca, questa estate aveva accusato duramente alla Cnn il suo ex n.1 per aver accolto a Mar-a-Lago il suprematista bianco Nick Fuentes, insieme al rapper Kanye West. Sull’incriminazione di Trump, tuttavia, Pence frena, augurandosi che il dipartimento di Giustizia comprenda la magnitudine della sola idea di incriminare un ex presidente. Un atto che, a suo dire, sarebbe terribilmente divisivo in un momento in cui gli americani vogliono vedere sanate le proprie ferite.

I prossimi step

Il democratico Bennie Thompson, presidente del panel, ha affermato che il rinvio a giudizio sarà trasmesso al Dipartimento di giustizia in brevissimo tempo. Ciononostante, sarà solo il procuratore generale Merrick Garland a formulare una decisone al termine delle indagini, guidate dal procuratore speciale Jack Smith. Thompson, intervistato dalla Cnn, sembra certo dell’epilogo: il Dipartimento accuserà l’ex presidente Trump. È probabile che anche altri accoliti trumpiani debbano affrontare rinvii a giudizio, tra cui l’ex capo dello staff Mark Meadows, l’avvocato personale di Trump Rudy Giuliani e l’ex funzionario del dipartimento di giustizia Jeffrey Clark.

Donald Trump rischierebbe fino a 25 anni di carcere se venisse condannato per le quattro accuse penali per le quali la commissione lo ha deferito. La legge statunitense sull’assistenza o il coinvolgimento in un’insurrezione consente una condanna fino a 10 anni e l‘interdizione dal ricoprire o candidarsi per “qualsiasi carica negli gli Stati Uniti”, per chiunque sia condannato. Questa sarebbe l’onta maggiore per Trump dopo l’annuncio in pompa magna della sua ricandidatura. Per quanto riguarda le altre tre accuse che Trump potrebbe affrontare, tutte comportano pene detentive fino a 5 anni: “cospirazione per frodare gli Stati Uniti”, “dichiarazioni illegali, consapevolmente o volontariamente false al governo federale”; e “influenzare o ostacolare un procedimento ufficiale del governo degli Stati Uniti”.

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