“La volontà del governo ungherese di innalzare una barriera lungo il confine con la Serbia risponde a una precisa strategia di politica estera: quella di mostrare ai nostri partner europei che, così facendo, l’immigrazione di massa  può essere respinta e, con essa, anche i problemi di ordine pubblico che ne sono collegati”. A spiegarlo è un funzionario del ministero degli esteri magiaro che preferisce rimanere anonimo, ma che spiega chiaramente come la scelta del governo di Viktor Orban di costruire un muro di filo spinato anti-migranti non sia funzionale solo a fronteggiare l’emergenza immigrazione esplosa dalla scorsa estate. Essa, infatti, risponde a un obiettivo ben preciso: quella di invitare gli altri Paesi dell’Europa orientale a fare altrettanto, vedendo nell’Ungheria un modello da seguire.

“Secondo i parametri di accoglienza utilizzati dal governo tedesco il 98 percento della popolazione mondiale avrebbe diritto a vivere in territorio europeo” continua il funzionario, “cosa che non è sostenibile e per questo il nostro governo ritiene sia necessario sviluppare un’azione di gestione dell’immigrazione che sia diversa rispetto a quanto propone la Ue. La costruzione del muro è servita a mostrare ai nostri partner europei che il nostro modello funziona e per questo molti di loro stanno adottando misure analoghe”.Gli ultimi sviluppi della crisi migranti mostrano, in effetti, come sempre più Paesi europei stiano adottando misure analoghe a quelle inaugurate dall’Ungheria la scorsa estate. Secondo l’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo questa tendenza è particolarmente accentuata nell’Europa centro-orientale:  i Paesi del  Gruppo di Visegrád (V4) e l’Austria, per esempio,  appaiono sempre più propensi a blindare i propri confini. Senza però coordinare una strategia condivisa e che coinvolga anche i governi di Paesi che sembrano volere adottare linee più morbide.

La Grecia, per esempio, è stata esclusa dalla difesa delle frontiere di Schengen, nonostante sia il primo Paese della rotta balcanica ad essere attraversato dai flussi migratori. Atene non è stata neanche invitata al vertice balcanico di Vienna, cosa che la dice lunga sul modo in cui i Paesi in questione intendono affrontare l’emergenza. Il ministro degli Esteri ellenico Nikos Kotzias ha definito l’esclusione dal summit austriaco “un atto non amichevole”. A protestare è anche il viceministro greco per l’Immigrazione Ioannis Mouzalas, che ha affermato che  “non accetteremo di diventare il Libano d’Europa”. A sostenere la posizione di Atene, invece, sono i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo (tra cui l’Italia e la Francia)  la Germania e la Commissione Ue, che spingono verso l’adozione di soluzioni europee condivise, malgrado le divisioni esistenti all’interno dell’Unione.

I Paesi attraversati dalla “rotta balcanica”, invece, si compattano per affrontare in modo incisivo la crisi. A Vienna i Paesi balcanici che intendono diventare membri dell’Ue hanno sottoscritto insieme a Slovenia, Croazia e Bulgaria, una dichiarazione comune nella quale garantiscono il loro impegno a far sì che vengano allontanati i migranti che non risultino essere “sotto protezione internazionale” e ad ottenere regole più severe per la concessione dell’asilo. Secondo l’Osme sembra che l’Austria e il V4 stiano guadagnando sempre più il favore degli stati balcanici verso una politica restrittiva in questo campo, che permetta di affrontare in modo realistico l’emergenza, decidendo in maniera autonoma e senza l’intromissione della Ue. Ultimamente l’Ungheria e la Slovacchia si sono espresse in modo particolarmente negativo sulla politica delle quote di accoglienza. Un sistema respinto da Bratislava e definito da Budapest inadeguato a fronte di una situazione sempre più critica, “un invito a nozze per i trafficanti di esseri umani” secondo le autorità ungheresi.

Ma cosa spinge i Paesi dell’Europa orientale ad essere così critici nei confronti delle intromissioni della Ue in materia migratoria? “In primo luogo ci rendiamo conto che le esitazioni della tecnocrazia comunitaria portano all’assenza di regole e di diritto. Concetti, questi, che sono centrali nelle nostre identità” spiega il funzionario ungherese. “Siamo inoltre molto gelosi delle nostre sovranità, che abbiamo tenacemente conquistato dopo decenni di oppressione sovietica. E non vogliamo rinunciarvi”.

Per il primo ministro Viktor Orbán imporre di ospitare i migranti senza il consenso delle popolazioni interessate è un abuso. Per questo il partito governativo Fidesz è impegnato da tempo in una petizione contro il sistema delle quote obbligatorie. Il premier magiaro ha annunciato un referendum sulle quote di accoglienza col quale chiedere ai suoi connazionali se siano d’accordo sul fatto che l’Unione europea obblighi l’Ungheria ad accogliere migranti sul suo territorio senza l’autorizzazione dell’Assemblea nazionale e sembra che le forze governative riescano in poco tempo a raccogliere i consensi necessari per mandare i cittadini alle urne e che la maggior parte di questi ultimi respinga il meccanismo dei ricollocamenti.

Nonostante  il risultato dell’eventuale referendum non risulterebbe comunque vincolante per gli organi dell’Unione europea, ciò potrebbe presto cambiare. Un altro referendum, infatti, ha già annunciato un’ulteriore consultazione popolare per attribuire al suo governo poteri eccezionali con i quali affrontare la minaccia del terrorismo. Che il premier e i suoi collaboratori e sostenitori vedono legata al fenomeno dell’immigrazione.

@luca_steinmann1[

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