Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, fresco di rielezione alla guida di Budapest, manda avanti il suo copione in politica estera. Per Orban l’obiettivo è sempre lo stesso: dimostrarsi autonomo rispetto ai dettami di Bruxelles. Ma in questo caso si aggiunge un elemento in più che non può essere sottovalutato. Il premier magiaro infatti, in questa particolare fase della guerra in Ucraina e dei rapporti tra Russia e Occidente, non sta solo costruendo un’immagine di battitore libero rispetto all’Unione europea, ma anche al Gruppo di Visegrad. Perché quel blocco conservatore in seno all’Europa è anche una piattaforma politica che in larga parte è costruita da forti sentimenti antirussi.

“A Vladimir Putin ho chiesto di dichiarare un cessate il fuoco immediato. E gli ho proposto di venire a Budapest per colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, insieme al presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. La sua risposta è stata positiva, ma a certe condizioni”. Queste le parole di Orban in conferenza stampa che hanno certificato la strada alternativa intrapresa rispetto ai rapporti con la Russia. E sono parole che hanno un peso specifico non irrilevante anche nella percezione dell’Ungheria rispetto agli altri Stati europei e non solo.

Innanzitutto Orban conferma una tendenza a distanziarsi da tutto ciò che proviene dall’Ue e dalla sua linea più intransigente, vale per la politica estera come per la politica interna. L’avversario rimane l’Ue e si evince anche da questa continua sfida alle decisioni prese in sede comunitaria. Rivalità con l’Ue ma non l’asse franco-tedesco, dal momento che il premier ungherese, forse anche per manifestare la presa di posizione netta contro Bruxelles ma non con i suoi membri, ha invitato a un possibile vertice a Budapest sia Macron che Scholz, negando in radice l’invito ai vertici dell’Unione europea. Anche in questo caso, il fatto che nel messaggio di Orban non fossero presenti né Ursula von der Leyen né Charles Michel è un segnale preciso: l’Europa, per il rappresentante di Fidesz, non è quella di Bruxelles ma quella dei singoli Stati.

In secondo luogo, e lo dicevamo a inizio dell’articolo, è interessante anche la scelta del primo ministro ungherese di intraprendere una rotta estranea alla politica di Visegrad. Va detto che questa non è una novità dell’ultima ora, visto che Orban non ha mai negato di avere rapporti più solidi sia con la Russia di Putin che con la Cina di Xi Jinping. Due avversari strategici della Nato che non godono certamente della simpatia dell’ala più dura dei “falchi” dell’Europa orientale. Ma il fatto che in questa fase di sfida totale nei confronti del leader del Cremlino Orban parli direttamente con lui proponendo un vertice e criticando, al contrario, il leader ucraino Zelensky, è un segnale particolarmente importante. L’Ungheria oggi sembra essere sempre più distante – e su un punto così fondamentale per tutto l’Est Europa – dal suo gruppo di Paesi ideologicamente alleati. E l’opposizione di Budapest non solo alle sanzioni su gas e petrolio russi ma anche sul tema dei pagamenti in rubli, svela una partita estremamente intricata da parte del capo del governo.

L’equilibrismo di Orban si vede da diversi elementi. Nella conferenza stampa in cui ha espresso la possibilità di un vertice, ha parlato della necessità di essere “prudenti” e di “opportunità di adattarci”. “Non so quanto saranno profondi questi cambiamenti, qualcuno parla di una nuova cortina di ferro, qualcuno ipotizza che ci saranno nuovi danni alla sicurezza dell’Europa”, ha detto Orban, “ma qualcosa sta accadendo: quando capiremo come si sta evolvendo la situazione, elaboreremo una nuova politica nei confronti della Russia”. Equilibrismo che però ha due funzioni, una strategica e una certamente tattica. È chiaro a livello di prospettiva, l’apertura nei confronti di Mosca è un gioco d’azzardo che nasce dal fatto che se resiste l’asse con il Cremlino, l’Ungheria potrà diventare in futuro un vero e proprio hub dell’oro blu russo in Europa, strappando anche posizioni alla stessa Germania oltre che ai Paesi Ue confinanti col gigante russo. Ma il gioco non è certo privo di rischi, dal momento che se è possibile una formula di partnership rafforzata con la Russia, è altrettanto vero che presto la Nato e gli Stati Uniti potrebbero chiedere il conto di questo avvicinamento nel pieno della tensione. E questo potrebbe significare un inasprimento dei rapporti tra la superpotenza Usa e l’Ungheria con conseguenze non indifferenti per il primo ministro magiaro, pur rafforzato da queste elezioni. Non a caso il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha parlato direttamente con Orban ribadendo in un tweet che “gli alleati della Nato sono uniti nella nostra condanna della brutale guerra della Russia contro una nazione sovrana indipendente. Siamo preparati per il lungo periodo, sostenendo l’Ucraina, rafforzando le nostre sanzioni e aumentando la nostra deterrenza e difesa”.

C’è poi il profilo tattico, che forse è quello più interessante. Sfruttando l’onda del consenso interno e soprattutto l’allineamento quasi totale dei Paesi Ue con l’Alleanza Atlantica, l’Ungheria rimane l’unico Paese Ue che potrebbe essere un interlocutore con il Cremlino. L’asse franco-tedesco, specie dopo le aperture di Scholz sulle sanzioni all’energia e le espulsioni dei funzionari russi, non sembra essere in grado di poter costruire una propria rete di canali da renderli mediatori. E nella partita su chi potrebbe essere il Paese che mediterà tra Russia e Ucraina, Orban può giocare la carta del Paese di Nato e Ue meno coinvolto rispetto agli altri. Una posizione che probabilmente non farà si che a Budapest passino i destini della guerra in Ucraina, ma che confermerebbe un’autonomia di movimento tipica della politica di Orban e che serviva confermare specialmente dopo l’elezione.

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