Si capisce che la situazione in un paese sta precipitando non tanto quando si contano le vittime per la strada, ma quando è ben riscontrabile un principio di isolamento internazionale e di discredito verso chi tiene in mano le redini di quel determinato territorio. Ed il Sudan sembra rientrare in questo contesto: dopo il colpo di Stato dell’11 aprile scorso, non proprio malvoluto all’estero visto che nessuno in quei giorni alza grida di condanna, la situazione non sembra filare liscia. Ed adesso per Khartoum arriva la prima doccia fredda, che sa di primo campanello d’allarme: la sospensione da parte dell’Unione Africana.

La decisione dell’Ua

La notizia arriva per la verità un po’ a sorpresa: in Sudan la situazione degenera nella giornata di lunedì, quando 60 manifestanti vengono uccisi nella capitale durante un’azione di repressione. L’esercito però, al potere dal golpe di aprile, nega ogni responsabilità e punta il dito contro fedelissimi di Omar Al Bashir, il presidente deposto dai militari oramai quasi due mesi fa. La situazione appare confusa, con le opposizioni che invece accusano proprio l’esercito, reo di non voler accettare un’apertura verso una fase di transizione gestita da un’amministrazione civile. Che quell’elevato numero di vittime appare destinato ad avere conseguenze importanti, lo si intuisce da subito. Del resto, anche se in Sudan le proteste contro Bashir prima e contro l’esercito poi mietono feriti e vittime da dicembre, mai si registra un episodio con così tanti morti.

Poi giovedì, a distanza di tre giorni, tramite un comunicato l’Unione africana indica come colpevoli i militari attualmente al potere. Non esplicitamente, ma implicitamente: l’organismo continentale infatti sospende il Sudan da ogni attività. Una decisione che, specificano dall’Ua, ha effetto immediato. La sospensione non solo è subito esecutiva, ma è anche a tempo indeterminato: “Fino a quando – si legge sul canale Twitter dell’Unione Africana – Il potere non passerà nelle mani di un’amministrazione civile”.

Le possibili conseguenze

Sospensione fa rima con delegittimazione. Ed in Libia ed in Siria tutto parte così nel 2011, tra sospensioni o riconoscimenti di governi alternativi in seno ad alcune istituzioni internazionali. Tuttora Damasco non fa parte della Lega araba, con la sospensione decretata nel 2011 ancora in vigore. Quando insiste una delegittimazione del genere, le conseguenze possono essere imprevedibili. Da un lato la sospensione genera un forte segnale politico, dall’altro però di fatto viene meno una possibile interlocuzione con quegli attori di governo che potrebbero aprire spiragli in possibili trattative. Ed inoltre, la delegittimazione crea caos e possibile confusione istituzionale nel paese sospeso.

Nel caso specifico del Sudan, tutto parte quando la breve luna di miele tra manifestanti ed esercito si interrompe a poche ore dalla deposizione di Al Bashir. I militari premono per una propria gestione della transizione, promettendo elezioni entro due anni, i manifestanti invece chiedono da subito un governo civile. Si aprono trattative e dialoghi, si giunge dopo alcune settimane ad un compromesso: vengono creati alcuni organismi misti gestiti da politici e militari fino alle nuove elezioni. Il peso di ciascuna componente però è quell’elemento su cui si infrange il dialogo tra le parti. Sorgono così nuove proteste e martedì i militari decidono di troncare ogni discussione ed istituire un governo solo militare, convocando contestualmente elezioni fra nove mesi. Una circostanza che ovviamente non viene digerita dall’opposizione e dai manifestanti.

Per questo proseguono le mobilitazioni e le proteste e la mossa molto pesante, su un piano politico, dell’Unione Africana adesso rischia di isolare Khartoum. La destabilizzazione del Sudan potrebbe, in questa maniera, essere per davvero dietro l’angolo ed il paese teme uno scivolamento verso il caos, istituzionale e non.

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