Una mini intesa di 94 pagine sulla fase preliminare di una guerra commerciale che dura da quasi due anni non può certo essere considerata un traguardo. Dietro ai proclami mediatici di Donald Trump e ai fallaci effetti benefici del breve periodo, la dichiarazione d’intenti di Stati Uniti e Cina sulla Fase uno della Trade War è soltanto un ambiguo punto di partenza verso quella che dovrebbe essere una pace a 360 gradi.

Al momento uno scenario del genere è pressoché utopico, visto che accanto alla tradizionale guerra dei dazi, fra Washington e Pechino permangono altre frizioni. O meglio: il dissidio commerciale  è l’origine di tutti i mali. Il conflitto principale dal quale si sono poi sviluppate tante altre ramificazioni secondarie: dalla guerra tecnologica alla guerra scientifica, dalla guerra culturale alla guerra delle valute.

Guardando il freddo contenuto della Fase uno, Donald Trump ottiene dalla Cina l’acquisto di 200 miliardi di dollari di merci e servizi da qui ai prossimi due anni, mentre Xi Jinping riceve in cambio il congelamento di nuovi dazi e l’abbassamento di alcune tariffe esistenti.

A seconda della prospettiva dalla quale si analizza l’intesa, la bilancia può pendere dalla parte americana (alla fine la Cina deve comprare dal “nemico”) o da quella cinese (è pur sempre vero che gli Stati Uniti venderanno al “nemico” prodotti agricoli, proprio quello che serve al Dragone).

I fronti aperti

In Cina solo alcuni media si sono limitati a riportare i termini dell’accordo, senza parlare di vittorie o sconfitte. Il Global Times ha avvisato gli statunitensi: “Non dite che abbiamo perso perché la Cina aumenterà gli acquisti di prodotti americani. C’era qualche squilibrio nella bilancia commerciale, la Cina è un grande mercato e i prodotti Usa servono a migliorare i consumi della nostra gente. Vedremo se gli Usa sapranno fornire abbastanza prodotti accettati dal nostro mercato, a prezzi competitivi”.

In ogni caso il signor Xi non è certo un tipo che vuole presentarsi agli occhi della sua opinione pubblica come un uomo che fa concessioni. E infatti il Dragone continua a ruggire contro l’Aquila americana in molti altri campi. Tanti, infatti, sono i fronti ancora aperti, per certi versi ancora più importanti del semplice commercio.

Una guerra di civiltà

La guerra prosegue su vari fronti. C’è il braccio di ferro sulla supremazia tecnologica, che include dossier caldissimi come Huawei e 5G. Troviamo tensioni sulle proprietà intellettuali e sugli investimenti, dato che la Cina ha regole completamente diverse da quelle vigenti negli Usa.

All’orizzonte cresce il timore per il decoupling, cioè il disaccorpamento tra la prima e la seconda economia del mondo. E alla Casa Bianca non nascondono un certo disappunto neppure per una sfida presto necessaria: quella per l’approvvigionamento energeticoA quelli elencati, troviamo altri punti di attrito. C’è una corsa spaziale che si fa sempre più marcata e un ambito medico in cui i cinesi si sono spesso spinti oltre ogni limite etico.

C’è anche una guerra informatica, che anteporrà presto il nuovo sistema operativo prodotto da Huawei ai colossi americani. E, infine, esiste una competizione militare che diventa più serrata ogni giorno che passa. In altre parole, tutte queste guerre possono rientrare in un contenitore ben più grande che può essere definito guerra di civiltà.

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