Facebook e Donald Trump, un rapporto complesso che adesso si carica di un nuovo episodio. L’azienda di Zuckerberg ha sospeso l’impresa che ha collaborato per la campagna di Trump, la Cambridge Analytica, per le presunte violazioni della politica dei diritti del social network. Paul Grewal, vicepresidente e vice consigliere generale di Facebook, ha dichiarato in un comunicato che un docente dell’università di Cambridge avrebbe passato i dati personali di moltissimi utenti a terze parti. La compagnia ha iniziato a collaborare con Trump nell’estate 2016. A quei tempi, Steve Bannon ricopriva  il ruolo di vicepresidente e segretario.

Secondo le accuse, la società Cambridge Analytica avrebbe violato milioni di profili Facebook di elettori americani e i dati sono stati usati per realizzare un particolare software capace di influenzare le decsioni sul voto. La rivelazione  è stata data per la prima volta dai quotidiani New York Times e The Guardian-The Observer, che hanno raccolto le dichiarazioni di  Christopher Wylie, un whistleblower (colui che denuncia pubblicamente o alle autorità le attività illecite dell’istituzione o dell’azienda per cui lavora), il quale ha collaborato con un accademico dell’università di Cambridge per ottenere ed elaborare i dati.

“Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone. E abbiamo costruito modelli per sfruttare ciò che sapevamo su di loro e mirare ai loro demoni interiori. È su questa base che è stata costruita l’intera società”, ha detto Wylie ai quotidiani.  Christopher Wylie, che ha contribuito a fondare Cambridge e vi ha lavorato fino alla fine del 2014, ha detto dei suoi leader: “Le regole non contano per loro. Per loro, questa è una guerra, ed è tutto giusto”. “Vogliono combattere una guerra culturale in America”, ha aggiunto il denunciante. “Cambridge Analytica avrebbe dovuto essere l’arsenale di armi per combattere quella guerra culturale”.

La proprietà di Cambridge Analytica appartiene a Robert Mercer, un finanziere miliardario specializzato in hedge fund.  The Observer ha avuto accesso ad alcuni documenti che sono stati confermati da un comunicato di Facebook. L’azienda però si è “dimenticata” di aggiungere un particolare non di poco conto: e cioè che allora non informò i suoi utenti di quanto avvenuto, adottando soltanto contromisure molto limitate e tese a recuperare e proteggere le informazioni sensibili. Ma si parla di 50 milioni di utenti completamente tenuti all’oscuro di tutto.

Secondo quanto si è potuto apprendere, i dati sono stati raccolti da Cambridge Analytica grazie all’uso di un’app, thisisyourdigitallife, creata da Aleksandr Kogan, un accademico della prestigiosa università britannica ma in un’attività totalmente estranea al suo lavoro nel settore della ricerca.

In una prima fase, questa attività non aveva alcuna illegittimità. Attraverso un’altra società, la Global Science Research, e in partnership con Cambridge Analytica, centinaia di migliaia di utenti di Facebook non solo hanno firmato una liberatoria all’uso dei loro dati ai fini di studi scientifici ma hanno ricevuto anche un pagamento per sottoporsi a un determinato test della personalità. Fin qui, pertanto, nulla di scandaloso.

Il problema però è un altro, e cioè che l’applicazione ha poi raccolto anche i dati degli amici di Facebook degli utenti che si erano volontariamente sottoposti al test. Un esperimento che si è allargato a macchia d’olio e che ha coinvolto decine di milioni di utenti del social network. Facebook non permette la raccolta di dati se non al fine di migliorare l’esperienza degli utenti e la policy della piattaforma ne vieta la vendita o l’uso per scopi pubblicitari. 

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