Punto di riferimento dell’Italia nel mondo e, al tempo stesso, punto di riferimento per il mondo in Italia: in maniera informale, sull’onda della modifica della Costituzione materiale e della geografia del potere in Italia, la figura del Presidente della Repubblica ha nel corso degli ultimi decenni acquisito una duplice funzione “geopolitica”, attinente a quel campo ben preciso che sono le relazioni internazionali e la human diplomacy, non sempre convergenti con la politica estera di uno Stato.

Come ha ricordato il professor Carlo Pelanda su Limes, per la lunga durata del potere quirinalizio e per la sua sovraordinazione a cicli politici sempre più altalenanti, le cancellerie internazionali guardano con attenzione alla partita per il Presidente della Repubblica. Ne consegue un duplice sviluppo. Da un lato, la presenza di solide relazioni internazionali e di uno standing riconosciuto presso la diplomazia mondiale è sempre di più un prerequisito fondamentale per poter esser ritenuti papabili per l’ascesa al Colle. Dall’altro, nota Pelanda, la complessa geografia dei poteri dello Stato “impedisce un’influenza prevalente e/o continua di qualche potere interno, estero o privato perché è facile per un interesse contrapposto trovare funzionari e politici che la arginino” e dunque al Quirinale, “cuore del nostro Stato profondo” fanno riferimento le interlocuzioni delle grandi potenze interessate all’Italia.

Francia, Germania e Stati Uniti, pivot della nostra diplomazia compresa tra il triangolo europeo da un lato e l’ortodossia atlantica dall’altra sono le nazioni che negli ultimi decenni hanno potuto maggiormente interessarsi al Quirinale e lo hanno legittimato nella sua posizione ottimale. Basta guardare ai legami internazionali degli ultimi tre capi dello Stato per capire come sia finita l’era in cui bastavano un nobile passato nelle istituzioni (come è stato il caso dell’ex comandante partigiano Sandro Pertini) o il favore di una singola cordata di potere (come accaduto a Antonio Segni e Giovanni Leone) per scalare il colle più alto della Repubblica: lo standing internazionale ha fatto la differenza quando si è trattato di valutare il physique du role di Carlo Azeglio Ciampi (espressione del mondo del Tesoro e della Banca d’Italia fortemente legati a Francia, Germania e Usa), Giorgio Napolitano (ex “comunista preferito” di Henry Kissinger in perenne dialogo con i poteri europei) e Sergio Mattarella (ministro della Difesa nel governo D’Alema che scese in campo con la NATO contro la Jugoslavia di Milosevic nel 1999). Il triangolo Parigi-Berlino-Washington guarda con interesse al Quirinale, ieri come oggi. E ha aspettative diverse dai rapporti col presidente della Repubblica.

Eliseo e Quirinale, la diplomazia parallela

Il ruolo di monarca repubblicano del presidente francese gli consente di sovrapporre una diplomazia “democratica” facente riferimento alla politica estera della Republique a una “regale” costituita sulla scia delle prerogative personali dell’inquilino dell’Eliseo. Capo di una Versailles contemporanea che interloquisce con le “corti” sparse per l’Europa costruendo rapporti personali solidi con i loro titolari. Dal profondo rapporto tra François Mitterrand e Sandro Pertini, presidenti socialisti nell’Europa degli Anni Ottanta, alla relazione speciale tra Emmanuel Macron e Sergio Mattarella temprata dalle prove della crisi diplomatica del governo Conte I, dal burrascoso attacco di Christine Lagarde all’Italia nei primi giorni del Covid-19 e dall’avvicinamento alla nuova intesa italo-francese nell’era di Mario Draghi Parigi ha capito anzitempo la natura strategica del Quirinale. L’istituzione del presidente della Repubblica, per le sue prerogative, è quella che l’Eliseo tratta con maggior riverenza e rispetto nel quadro dei poteri italiani, riconoscendovi l’unico interlocutore dotato delle medesime capacità d’incidere sul presente politico. Lo scrutinio esercitato dai Presidenti sulla nomina dei Ministri è, dal punto di vista di Parigi, importante soprattutto laddove si arriva alla scelta dei titolari della Difesa e degli Esteri, due dei dicasteri chiave su cui si può saldare l’asse tra Italia e Francia.

La diplomazia parallela dei due capi dello Stato ha avuto la sua concretizzazione più chiara nella partnership tra Roma e Parigi conclusa nel novembre scorso che prende il nome, appunto, di Trattato del Quirinale a testimonianza del ruolo decisivo giocato da Sergio Mattarella nel mediare l’intesa. La scelta di firmare il nuovo patto tra Parigi e Roma proprio al Colle non è stata affatto casuale. La cerimonia solenne si sarebbe potuto svolgere in Campidoglio, luogo simbolo dell’orientamento europeo dell’Italia in quanto è proprio qui che sono stati firmati i patti del 1957 che hanno dato via alla Cee, oppure a Villa Madama, altro luogo istituzionale molto importante nella capitale. Le delegazioni invece hanno preferito recarsi nella residenza del presidente della Repubblica. L’alleanza consolidata tra i due Paesi non poteva non avere, idealmente e metaforicamente, come sfondo il Quirinale. Saranno i futuri inquilini del Colle a farsi carico della tutela del patto sottoscritto con l’Eliseo e a salvaguardare i punti più importanti. Questi ultimi riguardano una collaborazione a 360 gradi, dall’economia alla difesa, passando per la diplomazia. Senza dimenticare il comune sguardo verso il Mediterraneo. Interessi importanti e a lungo termine quindi, più facilmente salvaguardabili dal Quirinale piuttosto che da altri palazzi del potere di casa nostra.

Il garante del debito pubblico visto da Berlino

Per la Germania, invece, il presidente della Repubblica è stato, dall’ingresso di Roma nella moneta unica in avanti, il garante del debito pubblico nazionale. Conscia che “la forte e anomala autonomia della burocrazia in alcuni settori chiave dell’apparato statale è spiegabile dalla relazione diretta con il Quirinale che le conferisce un potere di contrasto o condizionamento della politica eletta”, come nota Pelanda, la Germania si avvale in particolare dell’interlocuzione del capo dello Stato con i massimi boiardi di apparato (dal ragioniere generale dello Stato al governatore della Banca d’Italia, passando per il direttore generale del Tesoro e i dirigenti delle autorità di garanzia economico-finanziarie) per tutelare la stabilità economica dell’Europa attraverso la trasmissione di chiari messaggi al nostro Paese.

Ciampi fu eletto nel 1999 proprio per rispondere ai timori tedeschi che vedevano in Roma un fattore di destabilizzazione dell’euro; Napolitano ha costruito un’interlocuzione diretta con Angela Merkel (compartecipando ai suoi errori di valutazione sull’austerità e il debito) ai tempi della Grande Recessione europea; Mattarella ha chiamato Mario Draghi alla guida del governo spingendo la nascita dell’esecutivo di larga coalizione come principale struttura di garanzia per il via libero tedesco al Piano nazionale di ripresa e resilienza e al debito comune europeo.

Gli Usa e il filo diretto col Quirinale

Last but not least, anzi tutt’altro, gli Stati Uniti. Cui il Quirinale guarda con attenzione per scrutare la lunga durata, le tendenze di primaria importanza della geopolitica globale, per capire i condizionamenti che si trasmetteranno alle questioni interne. Da Gronchi (1956) a Mattarella (2019) passando per Saragat (1969), Cossiga (1989), Ciampi (2003) e Napolitano (2013) i capi di Stato italiani sono stati più volte ricevuti negli Usa con tutti gli onori segnando fasi cruciali della politica nazionale. Gronchi ottenne a Washington l’assenso per il neoatlantismo e la proiezione mediterranea; Saragat ribadì l’ortodossia atlantica nell’era più calda del conflitto politico interno con le sinistre e alla vigilia della Strategia della Tensione; Cossiga aprì alla visione del mondo post-guerra Fredda, Ciampi, Napolitano e Mattarella hanno avuto interlocuzioni di alta diplomazia come veri referenti della politica estera dell’Italia.

Washington studia il ruolo di cuore dello Stato profondo del Quirinale e sa che tutti gli apparati di potere nazionali che fanno riferimento a un dialogo stretto con gli Usa (diplomazia, intelligence, forze armate) sono fortemente scrutinati dal Quirinale. La credibilità oltre Atlantico di un leader politico, inoltre, gioca un ruolo fondamentale, com’è noto, nella sua possibilità di accedere a ruoli ministeriali e di governo e nelle crisi dell’ultima legislatura questo è apparso chiaro in più occasioni. La Casa Bianca, così come la Cancelleria Federale e l’Eliseo, hanno una storia consolidata di rapporti col Quirinale che segnano i tempi dell’evoluzione dei rapporti internazionali dei Paesi da loro governati con l’Italia. Confidando nella stabilità del capo dello Stato come argine a ogni rischio di caos diplomatico o geopolitico riguardante l’Italia.

“Paradossalmente – ha confidato una fonte diplomatica a InsideOver – negli Usa sono più attenti alle votazioni per il presidente che non alle elezioni italiane”. Il “pragmatismo” a stelle e strisce passa anche da qui. Agli americani interessa assicurarsi l’appoggio della figura istituzionale in grado di fornire maggiori garanzie a livello di stabilità e che rimane al suo posto più a lungo. E dunque anche se a Palazzo Chigi ha sede il potere esecutivo, la Casa Bianca guarda al Colle. Non c’è mistero quindi che l’inquilino del Quirinale deve avere un appiglio e un’esperienza internazionale ben consolidata. A Washington, fa sapere ancora la fonte diplomatica, Draghi non dispiace. Il suo curriculum internazionale è ben noto e i rapporti con Biden sono ben consolidati. Ma ad ogni modo, come già accaduto altre volte in passato, dal Quirinale si chiederanno specifiche garanzie sulla posizione atlantica dell’Italia. Un tema più che mai cruciale, specialmente in tempi di sfide con la Cina e di nuovi tamburi di guerra suonati rumorosamente nell’est Europa.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.