Quello dei 400 anni di schiavitù in America è oggettivamente un falso storico. L’inizio del fenomeno, infatti, è ampiamente riconosciuto nell’anno 1619, quando venti africani arrivarono in Virginia su una nave olandese e vennero inquadrati come “servitori”. La fine politica della schiavitù, invece, risale al 1865, quando venne abolita dopo la fine della guerra civile dal 13esimo emendamento della Costituzione. Che in molti Stati del Sud l’usanza sia continuata anche dopo resta per certi versi irrilevante. Ben più rilevante è invece ciò che ne è scaturito dopo, ossia un progressivo processo di segregazione razziale durato fino a mezzo secolo fa. Anzi, a detta di molti sarebbe ancora in corso. Ed è uno dei punti chiave su cui i democratici a stelle e strisce stanno cercando di far leva per spodestare Donald Trump dalla Casa Bianca nel 2020.

È paradossale che dopo otto anni di presidenza Obama si sia tornati a parlare di segregazione e di disuguaglianze razziali solo dopo l’insediamento di Trump. O meglio, dovrebbe essere paradossale constatare che i due mandati del primo afroamericano alla Casa Bianca non siano stati sufficienti a difendere con efficacia le istanze della comunità afroamericana. Invece, negli ambienti democratici si tende a ragionare all’opposto: la vittoria di Trump sarebbe una prova del razzismo congenito della società americana. Così, il tema della “redenzione” degli Usa dal torbido passato di violenza e schiavitù è tornato ad affollare l’agenda politica dei liberal. E quale potrebbe essere il modo più adatto per cancellare con un colpo di spugna i peccati del passato? Pagare.

Decine di accademici ed esponenti di movimenti civici hanno per anni richiesto che venissero stanziati dei risarcimenti a favore dei cittadini di colore i cui antenati vennero coinvolti nella tratta degli schiavi. La politica, però, ha sempre ignorato la questione. Fino ad ora. L’aumento dell’attivismo sulle disuguaglianze razziali e le discussioni tra i candidati presidenziali democratici per il 2020 hanno spinto la proposta sotto i riflettori nazionali.

La scorsa settimana il tema è tornato d’attualità dopo che un’opinionista di stampo conservatore di Fox News, Katie Pavlich, ha provato a rovesciare il nocciolo della questione: “L’America è stata il primo Paese a porre fine alla schiavitù entro 150 anni, e non ci viene riconosciuto alcun credito”, ha detto, aggiungendo che i risarcimenti non farebbero che “infiammare ancora di più la tensione razziale”. Le reazioni non si sono fatte attendere, prima fra tutte quella di Bernice King, figlia di Martin Luther King Jr, che ha risposto seccamente: “Gli Stati Uniti non meritano credito di aver posto fine alla schiavitù proprio perché quelle stesse ideologie sono ancora prevalenti”.

Bernice King è tra quanti sostengono che queste disuguaglianze storiche siano tra i motivi delle disparità contemporanee tra bianchi e neri americani dal punto di vista del reddito, della qualità degli alloggi, dell’assistenza sanitaria e del tasso di incarcerazione. È una delle chiavi interpretative di dati oggettivi: negli ultimi 40 anni gli afroamericani senza lavoro sono stati, in media, il doppio di quelli bianchi. Nel 1972, la disoccupazione tra i neri era 2,04 volte maggiore di quella dei bianchi e la proporzione è rimasta la stessa anche 40 anni dopo, pur essendo migliorato il livello formativo. Ogni 100 laureati infatti ci sono 3,5 bianchi senza impiego contro i 5,7 tra gli afroamericani. In generale, però, la percentuali dei 30enni neri in possesso di una laurea è di poco superiore al 20%, mentre i bianchi sono quasi il doppio. Un gap che negli anni è sempre aumentato.

Come detto, è paradossale che della questione se ne torni a parlare in toni drammatici dopo quasi dieci anni di amministrazione Obama, ma la ragione non è solo idealistica, ma pure demografica. E quindi elettorale. In 26 Stati d’America muoiono ormai più bianchi di quanti ne nascano. Due di questi, Ohio e Florida, hanno la capacità di far vincere un presidente. Siccome il momento in cui i bianchi saranno una minoranza si avvicina sempre di più, ecco che il tema assume una rilevanza politica determinante, e la promessa dei risarcimenti potrebbe avere una ricaduta molto importante.

Alcuni esperti hanno calcolato il valore del lavoro nero durante la schiavitù in trilioni di dollari, e l’aggiunta dello sfruttamento del lavoro a basso reddito dopo la schiavitù spinge queste cifre ancora più in alto. Una possibilità che fa gola a molti, ma che sia per un discorso economico che sociale sembra tuttora impraticabile.

Il motivo per cui i risarcimenti hanno funzionato altrove, come in Germania, che ha pagato miliardi ai sopravvissuti all’Olocausto dalla fine della Seconda guerra mondiale, è perché questi si sono svolti tra nazioni, non sono stati interni a un singolo stato. Il pericolo di ampliare le divisioni, infatti, sarebbe fin troppo concreto. Persino Bayard Rustin, attivista afroamericano che ha organizzato la Marcia su Washington del 1963 la definì in tempi non sospetti “un’idea ridicola”: “Se il mio bisnonno ha raccolto il cotone per 50 anni, allora può meritare un po’ di soldi, ma ormai è morto e nessuno mi deve nulla”, confessò al New York Times nel 1969.

Ma sebbene né Obama né Hillary Clinton si siano mai fatti carico di un impegno del genere, gli astri nascenti dello schieramento democratico sembrano pronti a tutto. La senatrice Kamala Harris non più tardi di 6 settimane fa ha detto a The Grio: “Dobbiamo riconoscere che non tutti hanno iniziato su un piano di parità in questo paese e in particolare i neri non lo hanno fatto”. La sua proposta pratica si chiama Lift Act, che darebbe alle famiglie che guadagnano meno di 100.000 dollari all’anno un credito d’imposta, un provvedimento che andrebbe ad impattare sul 60% delle famiglie nere in stato di povertà.

Di simile avviso il senatore Cory Booker, che come forma di risarcimento introdurrebbe un fondo fiduciario per bambini a basso reddito da usare per formazione e alloggio: “Poiché più famiglie nere sono impoverite dei bianchi, la politica contribuirebbe ad affrontare le disuguaglianze razziali”.

Un’idea quasi uguale a quella promossa da Marianne Williamson, scrittrice di successo e per 4 volte in testa alle classifiche di vendita del New York Times, che ha proposto di stanziare un fondo educativo, economico e culturale da 100 miliardi di dollari “da erogare in un periodo di 10 anni da parte di un consiglio di stimati leader afroamericani”.

Anche la senatrice Elizabeth Warren ha espresso il suo sostegno per i risarcimenti: “A causa della discriminazione abitativa e della discriminazione sul lavoro, viviamo in un mondo in cui la famiglia bianca media ha 100 dollari mentre la famiglia nera media circa 5”.

In ultimo c’è uno dei principali volti del panorama democratico, Bernie Sanders, che ha pagato a caro prezzo la sua scelta di respingere l’ipotesi risarcimento nel corso dell’ultima corsa alla nomination democratica. Pur mantenendo il punto, sta pian piano ammorbidendo la linea: “In questo momento il nostro compito è quello di affrontare le crisi del popolo americano e delle nostre comunità, e penso che ci siano modi migliori per farlo che scrivere un assegno”, ha ribadito alla ABC a inizio marzo, ma si è comunque espresso in favore di programmi universali o misure anti-povertà che aiuterebbero tutte le comunità svantaggiate, principalmente quella afroamericana. Come nel 2016, gli oppositori di The Donald hanno deciso di puntare forte sulla linea dell’antirazzismo.

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