La controinchiesta voluta dal procuratore generale degli Stati Uniti William Barr che ha l’obiettivo di esaminare la condotta delle agenzie governative sul Russiagate potrebbe essere vicina alla sua conclusione. Lo riferisce Nbc News, che cita alcune fonti che hanno familiarità con la questione. Un’indicazione arriva dal procuratore del Connecticut, John Durham, che ha chiesto di interrogare l’ex direttore della Cia John Brennan: Brennan ha accettato di essere interrogato e i dettagli sono in fase di elaborazione, riferiscono le stessi fonti a Nbc News. Inoltre, il mese scorso il procuratore generale William Barr ha detto al Congresso che non avrebbe atteso che lo svolgimento delle elezioni presidenziali per presentare i risultati ottenuti dal “mastino” Durham. Quest’ultimo, a seguito della conclusione delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller che ha “sgonfiato” l’ipotesi della “collusione” fra lo staff di Trump e la Russia, è stato incaricato da Barr di determinare se il Dipartimento di Giustizia, l’Fbi e le autorità dell’intelligence hanno agito in maniera impropria e “cospirato” contro Donald Trump nel 2016. Lo scorso ottobre l’indagine si è “evoluta” in un’indagine penale a tutti gli effetti.

I democratici temono le conclusioni di Durham

Notizie sull’imminente tempesta che allarmano non poco i democratici, come riporta Nprche conferma come l’indagine di Durham sia oramai prossima alla fine. Questa settimana, Fred Wertheimer del gruppo di sinistra Democracy 21 ha fatto appello a Durham direttamente sotto forma di una lettera aperta pubblicata sul blog Just Security. “Se la tua indagine non è completa, non dovresti completarla fino a dopo le elezioni”, ha scritto Wertheimer nella lettera di giovedì. “Se il rapporto è completo, dovresti opporti pubblicamente a qualsiasi pubblicazione prima della data delle elezioni”. Da parte sua, il procuratore generale Barr ha tuttavia sottolineato che Obama e l’ex vicepresidente Joe Biden, che ora è in corsa per la presidenza, non sono coinvolti e che le indagini penali sono concentrate su altre persone. Uno potrebbe essere l’ex avvocato dell’Fbi Kevin Clinesmith, che ha falsificato un’e-mail al fine di ottenere l’approvazione del tribunale per rinnovare la sorveglianza sull’ex consigliere della Campagna di Trump, Carter Page.

Quelle misure di sorveglianza contenevano gravi errori identificati dall’ispettore generale indipendente Michael Horowitz ed evidenziati dai repubblicani al Congresso. Ma come ammette la stampa americana, Durham non lascia tracce. Le sue indagini si svolgono in gran segreto e nella massima riservatezza. In ogni caso William Barr ha spiegato che Durham metterà per iscritto alcuni risultati per iscritto sotto forma di un rapporto che potrebbe essere reso pubblico. La scorsa settimana, inoltre, il presidente Trump ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia ha scoperto prove “scioccanti” della cattiva condotta delle agenzie nelle indagini sul Russiagate, e si aspetta che tali prove vengano preso rese note. “Hanno usato l’apparato dell’intelligence del nostro Paese per spiare un avversario politico, sia prima, sia dopo le elezioni” ha spiegato Trump in un’intervista rilasciata a Fox News.

E poi c’è l’Italia

E poi, ovviamente, c’è l’Italia. Le strade della controinchiesta americana sulle origini del Russiagate – da Donald Trump ribattezzata Obamagate – potrebbero infatti coinvolgere Roma. Come? La capitale, infatti, è il luogo del primo incontro fra l’ex advisor di Donald Trump George Papadopoulos e il docente maltese Joseph Mifsud. E come ricordava La Stampa lo scorso febbraio, proprio a Roma, il 3 ottobre 2016, si era svolto un incontro segreto e cruciale tra gli investigatori dell’Fbi e il loro informatore britannico Christopher Steele, autore del famoso rapporto sulle presunte relazioni pericolose fra Trump e il Cremlino. Un dossier che poi si è rivelato essere in larga parte infondato e falso, come lo stesso ex membro dell’agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna ha ammesso in seguito, finanziato peraltro da Fusion Gps, dal Comitato nazionale democratico, dalla Campagna di Hillary Clinton e dal Washington Free Beacon. In buona sostanza, dai nemici di Trump.

Steele, ricorda La Stampa, dopo la carriera nell’intelligence, aveva successivamente fondato una sua agenzia investigativa, la Orbis, e in tale vesta aveva conosciuto Michael Gaeta, assistente legale presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Una volta avviata l’inchiesta Crossfire Hurricane, l’Fbi aveva riaperto il canale con Steele attraverso Gaeta. Quindi il 3 ottobre del 2016 Gaeta aveva invitato l’ex agente dei servizi segreti a Roma, offrendogli 15.000 dollari per scambiare informazioni con tre agenti impegnati nell’indagine su Trump.

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