Il piano degli Stati Uniti c’era: Nicolas Maduro doveva essere destituito e al suo posto Juan Guaidò doveva diventare presidente ad interim del Venezuela, mentre il capo del governo di Caracas prendeva la via di Cuba. A rivelare il piano è stato il Wall Street Journal, che ha spiegato come alcuni membri di spicco del governo chavista erano riusciti a intavolare trattative serrate con l’opposizione stilando un piano di 15 punti che prevedeva il cambio di regime in Venezuela.

L’inchiesta del Wsj ha portato alla luce il piano per una sorta di golpe non cruento che, naturalmente, sarebbe stato coordinato da Washington. Un piano che andava avanti da mesi e che ha visto funzionari americani mantenere contatti costanti con l’opposizione venezuelana ma anche con gli stessi membri del governo di Maduro, fra questi, il ministro della Difesa Vladimir Padrino che si sarebbe pentito all’ultimo minuto rivelando all’entourage del leader venezuelano il tentativo di rovesciamento.

Il piano era stato studiato dai militari venezuelani insieme ai funzionari del Nsc, il National security council, oggi guidato da John Bolton. È lui uno dei più ferrei sostenitori della linea dura nei confronti di Caracas ed è considerato da sempre il vero falco dell’amministrazione repubblicana. Bolton ha da tempo messo il Venezuela nel mirino, forse anche più dello stesso Donald Trump che ieri, proprio nella telefonata con Vladimir Putin, ha confermato la volontà di trovare un accordo senza sparigliare troppo le carte. Ma per Bolton, Caracas rimane un problema: e per questo ha ordinato l’accelerazione del piano.

In questi mesi, oltre a Padrino, gli americani avevano altri due personaggi di spicco della leadership di Maduro nel mirino: Maikel Moreno, presidente della Corte Suprema, e Ivan Rafael Hernandez Dala, comandante della guardia d’onore del presidente Maduro ma soprattutto capo dell’intelligence militare. Erano loro tre le teste di ponte di Washington per il Venezuela, con Padrino, nome in codice Zamuro.

Il progetto, come spiega Agi, era quello di prendere il controllo della base di La Carlota, dove Leopoldo Lopez è stato condotto dopo la liberazione dagli arresti domiciliari da parte di alcuni militari anti chavisti. Ma sembra sia stata proprio la mossa della liberazione di Lopez ad aver accelerato eccessivamente i piani. La liberazione, voluta fortemente da Guaidò forse per mettere gli Stati Uniti davanti al fatto compiuto, ha infatti provocato una reazione a catena disastrosa. I piani sono falliti, Maduro aveva saputo prima del tentativo dell’opposizione. E quella rivelazione dello stesso Padrino Lopez nelle ore successive (“Hanno tentato di comprarmi” ha affermato il ministro) unite alla marcia dei militari per le strade di Caracas, dimostrano che il tentato golpe c’è stato ma c’è stato anche un clamoroso fallimento del piano Usa.

Cosa sia accaduto nelle ore più calde che ha vissuto in queste settimane Caracas è difficile saperlo. Quello che è certo, è che la Russia ha sicuramente giocato un ruolo essenziale nel fallimento di un piano già di per se fragile ed estremamente pericoloso come quello messo a punto fra Washington e la capitale venezuelana. Non è un mistero che il Venezuela sia un laboratorio di guerra fredda dove Mosca e Washington si sfidano per uno dei Paesi strategicamente più importanti del continente americano. Ed è altrettanto evidente che Putin abbia posto la sua ala protettrice Maduro non tanto per il legame con il leader venezuelano, quanto per l’importanza che riveste Caracas nei piani del Cremlino, visto che il Venezuela resta l’ultimo baluardo della geopolitica russa in America Latina dopo il crollo di tutti i governi socialisti (a eccezione della Bolivia). E fra l’importanza strategica e quella petrolifera, Mosca non può non tutelare il regime venezuelano, considerando anche i crediti (enormi) che ha la Russia con il Paese sudamericano.

L’idea che circola in queste ore a Washington è che l’intelligence russa e quella cubana – gli Usa stanno puntando molto il dito su L’Avana – siano coinvolte pienamente nel mantenimento del governo di Caracas. Non a caso Mike Pompeo e Bolton hanno detto apertamente che è solo grazie a questi due governi se Maduro è ancora guida del Paese. Il consigliere per la Sicurezza nazionale ha scritto due tweet di fuoco contro Mosca. Nel primo si legge che “Maduro si aggrappa al potere grazie al sostegno di Russia e Cuba, le uniche forze militari straniere in Venezuela”. Nel secondo che gli Usa “non tollereranno interferenza militare straniera nell’emisfero occidentale”. Un segnale di tensione evidente, visto che Bolton sta dicendo a chiare lettere che il regime change venezuelano è fallito solo grazie al rivale russo e a quello cubano.

Intanto, i vertici della sicurezza nazionale degli Stati Uniti si sono riuniti nel “Tank” al Pentagono, per valutare l’”insieme complessivo delle opzioni” che ha disposizione l’amministrazione Trump in Venezuela. Patrick Shanahan, attualmente segretario alla Difesa facente funzione, ha ribadito che “sono all’esame tutte le possibilità. “È stata una vera e propria revisione, per assicurarci che siamo tutti allineati”, ha concluso Shanahan. Alla riunione, presenti anche l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale, Pompeo, Bolton, il capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, il capo di gabinetto della Casa Bianca Mick Mulvaney, il direttore dell’Intelligence, Daniel Coats, e il sottosegretario della Difesa, John Rood. Il problema è che il loro presidente, dopo la telefonata con Putin, ha dichiarato che il leader russo non vuole essere coinvolto in America Latina. Un messaggio che suona come un campanello d’allarme per tutti gli strateghi americani e i falchi che, da qualche tempo, hanno di nuovo spiccato il volo.

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