L’amministrazione Trump ha garantito al governo britannico di Theresa May un sostegno fondamentale in vista del perfezionamento della Brexit, che ancora è in bilico tra uscita regolata e rischio “no deal”.

John Bolton, consigliere di Donald Trump per la Sicurezza nazionale, ha infatti dichiarato che Washington è impaziente di stipulare un accordo commerciale a tutto tondo con Londra dopo la Brexit ed è pronta a rilanciare quella “relazione speciale” tra le due sponde dell’Atlantico che l’avvento al potere di Trump sembrava, nel 2017, destinata a rinverdire fortemente, prima che gli screzi tra il presidente e May ne rallentassero il decollo.

Bolton tende una mano per il dopo Brexit

Bolton ha sottolineato davanti ai microfoni di Sky News che “questa non è l’Amministrazione Obama, con cui la Gran Bretagna era in fondo alla fila: con noi la Gran Bretagna è in cima”. Parole forti che dicono molto della strategia geopolitica degli Stati Uniti concernente l’Unione Europea. Una strategia che non concepisce l’Europa se non come appendice ancillare dello spazio di influenza statunitense e che mira a prevenire qualsiasi formazione di poteri autonomi (con riferimento diretto alla Germania) attraverso l’imposizione di numerosi “cunei” filo statunitensi nel campo comunitario.

I cunei Usa nell’Ue

Paesi come la Polonia e la Romania, dentro all’Ue, seguono fedelmente la scelta atlantica; anche l’Italia, anche grazie alla presenza della Lega nel governo giallo-verde sarebbe parte integrante di questa strategia – incomprensioni sui rapporti con la Cina a parte. Ma tali “cunei” non avrebbero effetto nell’indebolimento delle velleità di autonomia di un’Europa ancora inconsistente sul piano geopolitico se Washington non offrisse alla potenza in uscita dall’Unione, nonché sua storica alleata e sorella culturale, uno status speciale nel campo atlantico. Un ombrello sicuro sotto cui rifugiarsi per scampare alle intemperie dettate dalla crisi istituzionale in cui il Regno Unito si trova e che un no deal potrebbe anche esacerbare.

In questo contesto, si può apprezzare uno dei rari esempi di cambiamento di politica strategica da parte di Washington in seguito al cambio di amministrazione. Nel 2016, quando la Brexit era ancora lontana dal giungere a meta e il referendum si era appena svolto, Barack Obama attaccò Londra dichiarando che, dopo l’uscita dall’Unione Europea, la Gran Bretagna sarebbe stata in coda al gruppo delle nazioni destinate a stipulare un accordo commerciale con Washington.

Brexit chiama Trump

Bolton, sempre caustico nelle sue citazioni, non ha dimenticato questo passaggio del predecessore di Trump, che non digerì il fatto che la vittoria del Leave avesse affossato definitivamente il grande disegno di integrazione politica e commerciale del blocco occidentale nel contesto del Ttip. E il voto degli “sconfitti della globalizzazione” britannici ha chiamato l’analoga mobilitazione in campo statunitense, foriera del trionfo di Trump. Depositario di una visione di politica commerciale antitetica a quella del suo predecessore. E così, dal sogno di accordi omnicomprensivi a livello aggregato, si è passati all’arte del “deal” trumpiana, agli accordi bilaterali che Washington punta a negoziare con rivali (Cina) e alleati (Regno Unito).

Un accordo diretto Usa-Gran Bretagna aprirebbe a una nuova fase delle relazioni transatlantiche. Sovrapponendo alla comune appartenenza Nato un’espansione degli accordi programmatici a temi economici di interesse comune e, soprattutto, alla finanza che ha in Londra e New York le principali piazze globali. E palesando per la prima volta l’esistenza di un tipo di “offerta alternativa” da parte di Washington ai Paesi in rotta di collisione con l’Unione Europea. Nella consapevolezza, mai nascosta, della loro subalternità all’egemone di oltre Atlantico.

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