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Malgrado le note difficoltà economiche e l’incombente crisi valutaria che ha precipitato a 16 lire turche il tasso di cambio con il dollaro, il presidente Recep Tayyip Erdogan continua imperterrito nella sua marcia africana. Lo scorso fine settimana ad Istanbul 16 capi di Stato e 102 ministri provenienti da quaranta Paesi del continente hanno firmato un memorandum di una decina di pagine sigillando così il terzo summit Africa-Turchia.

L’accordo prevede una collaborazione in cinque macro settori – commercio, pace e sicurezza, educazione, infrastrutture e agricoltura, salute – e conferma la crescita degli d’interventi di Ankara nell’area della neonata African Continental Free Trade Area, la maxi zona di libero scambio promossa dall’Unione africana: un bacino di 1,2 miliardi di persone e un Pil complessivo attorno i 3,400 miliardi di dollari.

Al solito Erdogan ha proposto ai suoi interlocutori un mix di iniziative, intrecciando evocazioni anti imperialiste a ben più solidi (ed appetitosi) richiami economici, insomma solidarietà e affari in nome di una sempre più stretta “fratellanza”. Non a caso il presidente ha concluso l’incontro invocando per l’Africa un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza: “È una terribile ingiustizia che l’Africa con i suoi 1,3 miliardi di abitanti non sia rappresentata come merita. Noi siamo decisi a lottare perché ciò avvenga. Vinciamo assieme, prosperiamo assieme, cresciamo assieme”. Una promessa a cui è seguito l’impegno di fornire agli amici africani 15 milioni di dosi di “Turkvac”, il nuovo vaccino anti Covid prodotto in Anatolia e attualmente in attesa d’approvazione.

Un perfetto esercizio di “soft power” che verrà sostenuto dalle numerose ramificazioni turche disseminate lungo il continente: le 43 (presto saranno 49) ambasciate, i 22 uffici di Tika, l’agenzia turca per la cooperazione e lo sviluppo e i 185 centri culturali della Fondazione Maarif, la risposta erdoganiana agli istituti occidentali o cinesi. Ad unire la vasta tela vi è poi Turkish Airlines, la compagnia di bandiera sempre più presente, malgrado la pandemia, nei cieli africani.

Non vanno poi dimenticati i 38 uffici commerciali attivi in altrettanti Paesi. Attraverso i loro sportelli passano gran parte degli interscambi saliti nei primi undici mesi del 2011 a quota 30 miliardi di dollari (5 in più dello scorso anno) e i tanti affari nei vari settori: minerario, agroalimentare, turistico, tessile e, dato centrale, difesa. La Turchia con le sue 40 missioni militari offre infatti un ricco catalogo a prezzi accessibili e sempre a ottime condizioni. Il prodotto più richiesto sono i droni TB2 costruiti dalla società Bayaraktar – guidata da uno dei generi di Erdogan – e impiegati con micidiale successo in Libia e nel Nagorno Karabakh. Tra gli acquirenti il Marocco, la Tunisia, l’Angola, il Niger e il Ciad.

Ma non è tutto. Anzi. Oltre ai droni, le società turche producono e vendono blindati – i Cobra della Otokar, acquistati dal Bukina Faso, oppure gli Hizir, prenotati dal Kenya, e mezzi per lo sminamento, presi dal Togo assieme ad altri equipaggiamenti. Il miglior cliente è però l’Etiopia di Abiy Ahmed oggi dilaniata dalla guerra nel Tigrai. Solo quest’anno le esportazioni turche di materiali militari hanno raggiunto i 94,6 milioni di dollari contro i 235.000 dell’anno scorso. Un’impennata che ha scatenato le proteste delle Ong occidentali, preoccupate dall’escalation etiopica, lasciando però indifferente il governo turco che ad ogni richiesta di chiarimenti ha risposto che le forniture sono “questioni tra Stati sovrani”. Punto.

A fronte di tanto sforzo i leader africani mantengono un atteggiamento pragmatico.  Al summit sul Bosforo Félix Tshisekedi, presidente del Congo Kinshasa oltre che dell’Unione africa, ha sottolineato la necessità di una cooperazione equa e parimenti fruttuosa: “Abbiamo bisogno d’investimenti e di consigli, di progetti concreti; la Turchia si mostra particolarmente interessata e disponibile ad aiutarci per vincere queste sfida”.

Prossimo appuntamento tra due anni, questa volta in Africa.

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