La crisi politica apertasi in Venezuela con il lancio dell’Operazione Libertà da parte de leader dell’opposizione Juan Guaidò si è risolta con una vittoria di Nicolas Maduro. L’esercito chavista non ha conosciuto defezioni importanti e grazie al sostegno d’intelligence degli alleati russi e cubani il governo Maduro è riuscito ad attrarre in una trappola gli avversari.

Non ne escono bene i due principali consiglieri strategici dell’amministrazione Trump, il Segretario di Stato Mike Pompeo e il National Security Advisor John Bolton, che hanno commentato con leggerezza di essere stati alla conoscenza di un doppio gioco tramato ai loro danni. Come sottolinea Repubblica, ” numerosi contatti intercorsi tra l’opposizione (e i mediatori americani) e alcuni esponenti di peso del governo Maduro avevano portato nelle ultime settimane parecchi risultati concreti. Almeno così si credeva. Il più importante di questi risultati erano le garanzie offerte all’opposizione da due uomini chiave del regime, il ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopéz e il vice presidente del partito socialista Diosdato Cabello. Secondo loro Maduro era pronto a mollare e loro erano disponibili a guidare “un trasferimento pacifico di poteri verso Guaidó”.

Ma proprio Padrino Lopez e Cabello apparivano al fianco di Maduro nel discorso-fiume con cui il delfino di Chavez annunciava al Venezuela la sconfitta di Guaidò. Nessuno dei principali leader e dei 2.000 generali dell’esercito venezuelano ha defezionato, facendo venire meno la principale teoria degli analisti esperti della Repubblica Bolivariana, secondo cui sarebbe stato l’esercito l’ago della bilancia tra governo e opposizione. In realtà, tale ruolo appare destinato alla risorsa principale dell’economia venezuelana: il petrolio.

Washington punta a un embargo sul petrolio?

Gli Stati Uniti non molleranno certamente la presa su Maduro anche dopo il fallito tentativo di estrometterlo attraverso un sollevamento militare, e il terreno principale di scontro appare oggigiorno l’energia.

Carlos Vecchio, rappresentante negli Usa dell’autoproclamato Guaidò, ha guidato il passaggio all’opposizione del controllo di Citgo, l’azienda statunitense controllata dal colosso petrolifero di Caracas Pdvsa. Oggi Citgo, sottolinea StartMag, “è il sesto più importante operatore di impianti di raffinazione degli Stati Uniti e, grazie al suo coinvolgimento nel trasporto di carburanti, lubrificanti e altri prodotti petrolchimici, rifornisce circa 5mila rivenditori al dettaglio distribuiti in 30 Stati e nel Distretto di Columbia”.

La crisi istituzionale tra i due Paesi potrebbe pregiudicare il mercato statunitense per il petrolio venezuelano. “Il Venezuela esporta negli Stati Uniti 750mila-800mila barili di petrolio al giorno ma fino a qualche tempo fa si stava intorno a 1 milione e mezzo: una dinamica”, secondo José Luis Chalhoub Naffah, direttore della sezione Rischi politici e petrolio del Byblos Consulting di Caracas, “dovuta anche al conflitto politico e ideologico di lunga data fra i due Paesi. Una situazione destinata a peggiorare perché Washington, fino a poco fa principale acquirente dell’oro nero venezuelano, sta diventando esportatore di petrolio e di gas di scisto puntando anche ai Caraibi. Nel frattempo, altri Paesi sudamericani stanno rimpiazzando il Venezuela quale esportatore affidabile di petrolio nei Caraibi, negli Usa e nella stessa America meridionale”.

L’amministrazione Trump, fallito il pronunciamiento mediatico, più che reale, invocato da Guaidò punta a sfruttare l’arma del petrolio per togliere il respiro al governo Maduro. Che a sua volta spera nel sostegno dei suoi principali alleati: Cina e Russia, in ogni caso, sono disponibili a supportarlo solo dietro determinate garanzie.

Maduro potrà contare a lungo su Russia e Cina?

Russia e Cina sostengono il governo di Maduro e hanno più volte offerto assist al Presidente concedendogli proroghe su prestiti e forniture, ma chiedono in cambio risposte concrete. Ovvero tutela dei loro interessi, principalmente energetici. “Le difficoltà finanziarie di Caracas non costituiscono una minaccia esistenziale per gli interessi energetici della Cina”, sottolinea Limes, “di cui oggi il petrolio venezuelano rappresenta una minima porzione del diversificato paniere”. Tuttavia, “il caso del Paese caraibico mette quantomeno in dubbio la convenienza assoluta del meccanismo “petrolio in cambio di prestiti”.

Dal canto suo, la Russia di Vladimir Putin ha nel Venezuela e nell’area caraibica un microcosmo geopolitico che serve a proiettare la sua influenza come spina nel fianco degli Stati Uniti e ad ampliare il raggio d’azione della sua industria energetica.

Bloccata dalla crisi economica, dalla mancanza di investimenti e dalla totale assenza di impianti di raffinazione moderni, fattori che hanno portato il Paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo a diventare un importatore netto di benzina, Pdvsa oggi produce meno di 700mila barili di petrolio al giorno. Troppo pochi per finanziare una strategia sostenibile nel lungo periodo. E il governo Maduro non pare intenzionato a operare una sostanziale discontinuità e un cambio di governance capace di attrarre investimenti da parte dei suoi alleati su un asset strategico per il Paese. Il legame ombelicale coi militari, che hanno sventato l’affondo di Guaidò ma da anni occupano i gangli vitali dell’economia venezuelana e principalmente l’industria petrolifera, impediscono di muovere anche un singolo tassello del fatiscente edificio dell’industria energetica nazionale. E questa situazione non potrà essere tollerata a lungo da Cina e Russia.

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