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Per molte settimane, analisti e osservatori della nuova amministrazione americana si sono domandati cosa potesse legare la precedente presidenza Obama e la nuova era istituita da Donald Trump. Nella scelta delle modalità di azione e soprattutto nella scelta di alcuni alleati e di alcuni nemici, le due presidenze sembrano viaggiare in modo assolutamente distinto, consegnando di fatto gli Stati Uniti a un nuovo schema di relazioni diplomatiche che destano perplessità in tutto il consesso internazionale.Nonostante questa marcata discontinuità operativa e anche comunicativa, c’è un obiettivo che, se prima era nel mirino di Barack Obama, adesso persiste come tale, ma nel mirino, questa volta, di Donald Trump: questo obiettivo è il Venezuela.Lo Stato sudamericano è da anni oggetto delle preoccupazioni degli Stati Uniti, che vedono nel socialismo di matrice chavista un vicino di casa molto scomodo, in grado di minare profondamente il ruolo di guida che per decenni gli Usa hanno rivestito in tutta l’America Latina.Con Obama, il Venezuela non ha migliorato i suoi rapporti con gli Stati Uniti, anzi, uno degli ultimi atti della presidenza democratica è stato quello di prolungare le sanzioni a Caracas di un altro anno, aggravando ancora di più la già precaria condizione economica dello Stato sudamericano e destabilizzando ulteriormente l’altrettanto precaria guida di Nicolas Maduro.Con l’ascesa di Trump, in molti, anche lo stesso Maduro, hanno ritenuto di poter tirare un sospiro di sollievo, dopo gli anni di avversità dettati dalla politica di Obama. Tuttavia, sfortunatamente per il presidente Maduro e per i chavisti venezuelani e non, sembra non essere più così scontato.Le ultime scelte di Trump, quanto al Paese sudamericano, sembrano al contrario andare in una direzione del tutto contigua a quella del suo predecessore, sposando una linea di azione magari meno netta, ma certamente altrettanto contraria agli interessi del “socialismo del XXI secolo”.In questo senso, l’ultima importante notizia in ordine di tempo è certamente quella dell’inserimento del vicepresidente venezuelano Tareck El Aissami nella black-list dei narcotrafficanti stilata dal Dipartimento del Tesoro.Il governo statunitense si è subito difeso sostenendo come non si sia trattato di un attacco diplomatico ma di un attacco contro un singolo individuo ritenuto altamente pericoloso per il sistema americano, ma è del tutto evidente che nelle logiche geopolitiche, l’incriminazione di un altissimo funzionario di un governo oggetto di sanzioni, non può certamente definirsi un semplice atto amministrativo.Al contrario, in questo attacco dell’amministrazione statunitense vi sono molti punti “oscuri” che lasciano ritenere quest’operazione un malcelato tentativo di The Donald di entrare a gamba tesa nella complessa situazione venezuelana, coadiuvato dal suo braccio destro e Segretario di Stato Rex Tillerson e dall’ala oltranzista del Partito Repubblicano (non a caso tra i firmatari dell’ordine di inserimento nella lista nera del narcotraffico c’è il senatore repubblicano Rubio).Se da un lato i repubblicani hanno sempre visto con orrore a quanto avvenuto negli ultimi anni in Venezuela, chi per motivi anche solo prettamente ideologici, chi per motivi di matrice economica, quella di Tillerson, per molti osservatori, potrebbe essere una battaglia contro Caracas dettata da motivi di interesse personale. La sua storia infatti lo vede legato a doppio filo verso i grandi giacimenti venezuelani, ai tempi in cui era tra i massimi esponenti della ExxonMobil.Negli anni Novanta, con l’apertura alle multinazionali del petrolio venezuelano, Tillerson e la sua Exxon avevano investito enormi quantità di soldi ed erano giunti a un accordo fruttuoso per la società americana. L’avvento di Hugo Chavez e la nazionalizzazione (di nuovo) del petrolio venezuelano, ha lasciato l’azienda del Segretario di Stato senza più alcun diritto nei confronti di quei giacimenti, e ha fatto sì che la multinazionale di Tillerson iniziasse una serie di azioni giurisdizionali per vedere riconosciuti i suoi diritti. Il tribunale arbitrale adito per risolvere la questione, condannò il governo di Caracas a versare nelle casse della Exxon una cifra intorno al miliardo e mezzo di dollari, ben al di sotto delle aspettative di investimento di Tillerson, che riteneva di poter guadagnare dal petrolio sudamericano una cifra introno ai dieci miliardi.Da queste mosse, sembra dunque evincersi la volontà della Casa Bianca di continuare a considerare il Venezuela un fondamentale obiettivo della propria politica estera. Il nome di Maduro circola sempre più frequentemente nelle telefonate di Trump con i suoi omologhi sudamericani, e non sembra che il governo venezuelano possa tirare quel sospiro di sollievo che si pensava potesse esserci con la fine della presidenza Obama.

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