Corea del Nord e Corea del Sud si avvicinano ai primi colloqui ufficiali di alto livello dopo la grave crisi missilistica e nucleare degli ultimi mesi e alla continua tensione a cavallo del 38esimo parallelo. Le prossime Olimpiadi invernali di Pyeongchang potrebbero essere dunque la cornice storica di questa sorta di “tregua olimpica”, con gli occhi del mondo interessati a osservare e comprendere cosa succederà realmente al vertice in cui s’incontreranno le delegazioni delle due Coree. La diplomazia internazionale si è da sempre impegnata a far giungere le parti a quest’accordo. Un impegno difficilissimo, soprattutto per i continui venti di guerra che hanno spirato (e continuano a spirare) nella penisola coreana, con i test balistici e atomici di Kim Jong-un e le esercitazioni militari di Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone. Esercitazioni che adesso si fermeranno “per motivi tecnici e non politici” fanno sapere dal Pentagono, ma sono dichiarazioni che appaiono tutto fuorché veritiere. È evidente che nessuno a Washington e ad Arlington ammetterà mai che lo stop alle prove militari congiunte sia il frutto dell’apertura al principio di negoziati da parte di Pyongyang, ma è altrettanto evidente che non possa essere una fortunata coincidenza quella fra il semaforo verde ai negoziati e l’interruzione di queste manovre programmate da mesi.

A questo vertice, Seul e Pyongyang arrivano con differenti motivazioni e diverse aspettative, ma entrambe vi giungono con l’idea che sia assolutamente necessario far comprendere alla rispettiva controparte che non si vuole, realmente, la guerra. Entrambi possono scatenarla, entrambi hanno le armi necessarie e il supporto giusto, ma sia la parte meridionale che quella settentrionale della Corea sanno che sarebbe una catastrofe inutile e sostanzialmente controproducente. Via ai negoziati dunque, difficilissimi, ma con il supporto della comunità internazionale e delle superpotenze che più sono rimaste coinvolte nella crisi coreana: Stati Uniti, Russia e Cina. Ed è in particolare da parte di quest’ultima, con l’opera diplomatica di Xi Jinping e dei suoi delegati per la questione “Corea”, che c’è stato senza dubbio il maggior contributo affinché Moon e Kim muovessero i primi passi verso un confronto diretto di propri alti funzionari, come avverrà nel vertice di martedì nel villaggio di Panmunjeom, al confine fra i due Stati.

Per Pechino, questo incontro può considerarsi una significativa vittoria diplomatica. La questione coreana inizia a essere un vero e proprio rompicapo per il governo di Xi, che si trova ad avere un gravissimo problema d’instabilità in un’area al confine con il proprio territorio. Il rischio di una guerra nucleare, della fine di un regime manovrabile e soprattutto della possibilità di avere una crisi umanitaria e la presenza di truppe Usa o alleate al confine con la Cina sono tutti fattori che hanno fatto in modo che Pechino s’impegnasse attivamente per raffreddare la tensione. Per fare questo, Xi Jinping ha mosso soprattutto due fili: le sanzioni Onu e i rapporti con la Corea del Sud. Sul fronte Onu, Pechino ha accolto (non troppo felicemente) le sanzioni del Consiglio di Sicurezza, mostrando di volerle rispettare, nonostante le accuse mosse dall’amministrazione Trump dopo le foto satellitari sul traffico di petrolio. In questo modo ha fatto capire alla comunità internazionale di non essere allineata con la Corea del Nord e, al contempo, ha fatto comprendere a Kim di non poter tirare ulteriormente la corda mettendo a repentaglio la geopolitica cinese. Sul fronte dei rapporti con la Corea del Sud, invece, Xi Jinping ha fatto in modo di riallacciare rapporti positivi con Seul sia per motivi economici sia per motivi più strategici e politici. Se la Cina vuole espandersi allontanando la sfera d’influenza americana dal Pacifico occidentale, deve evidentemente iniziare dalla Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti ma con una presidenza aperta al riequilibrio dei rapporti di forza. I colloqui diretti tra le due Coree s’inseriscono nella volontà cinese di evitare che forze terze, in particolare gli Stati Uniti, decidano il destino della penisola coreana. Il fatto che il vertice sia esclusivamente fra delegazioni di Pyongyang e Seul è una mossa che si può leggere nell’ottica di un allontanamento politico (non militare) degli Stati Uniti dalla penisola coreana. Il vertice di Pechino tra Xi e Moon e i viaggi dei delegati cinesi a Pyongyang e Seul hanno preparato il terreno per colloqui diretti che hanno anche lo scopo di certificare una sorta di “nazionalizzazione” della questione coreana. Per il governo cinese, è essenziale dialogare e interagire sempre più in sinergia con quello sudcoreano, sia per motivi economici e commerciali, sia per motivi politici, sia per motivi strategici, soprattutto sul fronte Thaad e truppe Usa. Ma è essenziale soprattutto per cercare di strappare, quanto possibile, la Corea del Sud all’orbita americana: obiettivo di lungo termine che sembrava impossibile, ma che le tensioni nella penisola possono avere reso meno utopistico. Moon Jae-in, del resto, è stato eletto anche per il suo programma sulla fine delle tensioni con la Corea del Nord e per la sua avversità alla militarizzazione del territorio sudcoreano ad opera delle forze statunitensi. Probabilmente l’incontro con Xi Jinping deve aver dato maggiori rassicurazioni.

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