Stati Uniti e Corea del Sud hanno dato il via alle esercitazioni militari congiunte, nonostante le crescenti tensioni con Pyongyang e il rischio che queste manovre si possano trasformare in un pretesto per avviare un’escalation militare con il regime di Kim Jong Un. Alle esercitazioni, note come Ulchi Freedom Guardian (UFG), e che avranno una durata di dodici giorni, partecipano 50mila soldati sudcoreani e 17.500 soldati delle forze degli Stati Uniti d’America: circa 7.500 uomini in meno rispetto al 2016. In molti hanno visto questa riduzione delle truppe americane come una sorta di messaggio di distensione di Washington rispetto al fronte dell’Estremo Oriente, sia nei confronti di Pyongyang, sia nei confronti di Pechino, allarmata per la militarizzazione dei mari antistanti le sue coste. In realtà, come ha confermato lo stesso Pentagono, l’obiettivo delle esercitazioni è quello di implementare le capacità di coordinamento e di integrazione fra forze sudcoreane e statunitensi, anche per rispondere all’esigenza di rendere sempre più autonome le potenze alleate. Secondo l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, “le manovre si basano su una strategia di deterrenza in tre fasi, tra cui la minaccia nucleare, l’imminenza delle armi nucleari e l’uso di armi nucleari”.

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Le esercitazioni di quest’anno, che sono la maggior simulazione bellica computerizzata del mondo, vedono quest’anno anche la presenza di osservatori di sette paesi alleati degli Stati Uniti (Australia, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda, Olanda, Danimarca e Colombia) e del Comando delle Nazioni Unite. Seul e Washington sostengono si tratti di manovre esclusivamente di carattere difensivo, volte a tutelare la Corea in caso di invasione da parte della Corea del Nord. Pyongyang, al contrario, non ha mai ritenuto queste esercitazioni a scopo puramente difensivo, ma, al contrario, ha sempre ritenuto tali manovre come minacce alla propria sicurezza, tanto che la risposta di Kim è sempre stata quella di attivare esercitazioni balistiche in concomitanza con queste manovre nemiche.

Quello che si teme, nella comunità internazionale, è proprio la risposta di Kim Hong Un a queste esercitazioni militari. La risposta è sempre stata circoscritta in test missilistici e in spostamenti di turpe al confine con la Corea del Sud, in modo da inviare un messaggio di sfida a Washington e Seul: una dimostrazione muscolare ma sostanzialmente innocua. Quest’anno, tuttavia, le cose sono diverse. Nelle ultime settimane, la tensione fra Corea e Stati Uniti ha raggiunto livelli di guardia e il rischio di uno scontro militare non è così remoto, e le manovre militari non vanno nella direzione della distensione. Pyongyang aveva chiesto agli Stati Uniti di non attivare, almeno quest’anno, le esercitazioni congiunte con la Crea del Sud, almeno non adesso. Cina e Russia erano concordi nel ritenere queste esercitazioni assolutamente inutili, e un rischio per la stabilità dell’area, ma l’amministrazione Trump e quella sudcoreana hanno tirato dritto, forse per evitare di far passare il messaggio che Kim dettasse condizioni. Ma così facendo, il rischio di un casus belli può non essere più un’ipotesi remota, ma una possibilità che si poteva assolutamente evitare utilizzando la diplomazia. Diplomazia che tra l’altro sembra voler usare lo stesso Kim, nonostante l’apparenza degli insulti, tanto che si vocifera che il ministro degli Esteri di Pyongyang abbia chiesto al Giappone di fare da tramite per ottenere un canale preferenziale con la Segreteria di Stato americana.  

Il problema resta ora la risposta di Kim. Nelle ultime settimane, a conferma dei piani della Corea del Nord per colpire Guam, sono apparse foto ufficiali del regime in cui si mostra una grande mappa e una linea retta che parte dai cantieri di Mayang-do/Sinpo, passa per il Giappone e arriva direttamente a Guam. Le foto del governo coreano non sono mai pura propaganda, ma anche dei modi per segnalare al mondo quali sono i reali piani del governo nordcoreano. Nel 2016, fu una foto di Kim con una sfera di metallo di mezzo metro a convincere l’intelligence Usa sulla possibilità che la Corea del Nord fosse giunta alla miniaturizzazione della bomba atomica. Così come l’utilizzo di alcuni tipi di vestiario, militari o civili, dimostra se le intenzioni di Kim siano belliche o diplomatiche. La grande mappa apparsa in queste ore è un segnale che la risposta di Kim potrebbe essere dunque un lancio di un missile da un cantiere navale, forse da un sommergibile, come sospettato da molti analisti occidentali. E a conferma di questo, le ultime foto satellitari arrivate al Pentagono mostrano un’attività maggiore nell’impianto di Sohae, che è l’area in cui sono costruiti i principali vettori nordcoreani.

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