Una gru solleva parte della statua equestre di Theodore Roosevelt dal Museo Americano di Storia Naturale. Il resto del monumento, da alcuni considerato simbolo di “colonialismo e razzismo”, sarà rimosso durante la settimana. I fanatici della cancel culture hanno vinto: come racconta il New York Times, sono iniziate le operazioni di rimozione della statua che raffigura il 26º presidente degli Stati Uniti, Premio Nobel per la pace nel 1906. Un portavoce dell’istituzione ha affermato che il processo di rimozione costerà circa 2 milioni di dollari e verrà eseguito da specialisti della conservazione storica e da diverse dozzine di lavoratori. La rimozione del monumento è stata approvata da più agenzie di New York City. La New York City Public Design Commission ha votato lo scorso giugno per rimuovere la statua; a novembre è stata annunciata la sua destinazione, la nuova Biblioteca presidenziale Theodore Roosevelt a Medora. Arriverà nella sua nuova “casa” entro poche settimane.

Una lunga scia di proteste contro la statua di Theodore Roosevelt

Come ricorda il Nyt, è dagli anni’70 che gli attivisti di sinistra chiedevano – senza troppo successo – di rimuovere la statua equestre dell’ex presidente. Con l’avvento della cancel culture e della generazione “woke”, tutto è stato più facile. “È giunto il momento di spostarla”, ha dichiarato la presidente del museo, Ellen V. Futter, in un’intervista al New York Times quando ha annunciato l’imminente rimozione della scultura, progettata dallo scultore americano James Earle Fraser nel 1939 e inaugurata l’anno successivo. A nulla sono valsi i tentativi di contestualizzare la statua e discutere sulla figura di Theodore Roosevelt, molto più complessa di quanto i sostenitori della cultura della cancellazione sostengano. Un presidente fondamentale per comprendere la politica estera degli Stati Uniti d’America, ancora oggi.

Come spiega Henry Kissinger in Diplomacy, Theodore Roosevelt fu il “primo presidente che affermò che era un dovere per l’America intervenire su scala globale e stabilire una correlazione fra gli Stati uniti e il resto del mondo in termini di interesse nazionale”. Al pari dei suoi predecessori, spiega Kissinger, “anch’egli credeva nel ruolo di guida dell’America nel mondo ma, a differenza di quelli, sosteneva che essa aveva interessi reali di politica estera che ponevano in secondo o terzo piano i vantaggi del non coinvolgimento. Roosevelt partiva dalla premessa che l’America era una potenza come qualsiasi altra e non un’irripetibile incarnazione di virtù: se i suoi interessi erano in contrasto con quelli di altri, doveva ricorrere alla forza per prevalere”. Come sottolinea l’ex Segretario di Stato, Roosevelt occupa “una posizione storica unica nell’approccio dell’America ai rapporti internazionali. Nessun altro ha definito più compiutamente il suo ruolo mondiale in termini d’interesse nazionale o identificato maggiormente l’interesse nazional con l’equilibrio delle forze”. Insomma, nella storia della politica estera degli Stati Uniti Theodore Roosevelt occupa un posto di primo piano, ma al revisionismo progressista della cancel culture interessa poco. Chissà come mai gli attivisti antirazzisti se la prendono con Roosevelt, un uomo figlio del suo tempo, con i suoi pregi e difetti, e non hanno mai protestato contro le sette guerre di Obama (oltre agli interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, Barack Obama ha bombardato in Yemen, Somalia e Pakistan). Le bombe democratiche sono forse meno pericolose?

La cancel culture contro gli ex presidenti degli Stati Uniti

Theodore Roosevelt non è l’unico presidente vittima della censura progressista. Come riportato dal Giornale.it, a finire nel mirino del revisionismo politically correct è stato di recente anche Thomas Jefferson, Padre fondatore della nazione e terzo presidente degli Stati Uniti d’America dal 1801 al 1809. Poco importa se il suo volto è ritratto sul monte Rushmore, per la nuova inquisizione liberal Jefferson era uno schiavista. Punto. La dichiarazione di indipendenza? Per la polizia politica poco importa ciò che altro ha fatto Jefferson per la nazione americana: va cancellato e rimosso perché possedeva degli schiavi. Così ha stabilito il tribunale della cancel culture. La statua del XIX secolo di Jefferson, che da più di 100 anni dominava l’aula del consiglio comunale di New York City, è stata rimossa a seguito di un voto unanime del civico consesso della Grande Mela. La scultura è stata realizzata dal celebre artista francese Pierre-Jean David d’Angers. Altro presidente Usa finito sul “patibolo” è stato Woodrow Wilson: nell’estate del 2020 la Princeton ha deciso di rimuovere il nome del presidente dalla sua School of Public and International Affairs “a causa delle sue convinzioni e politiche razziste”. Difendendo la decisione dell’Università di rimuovere il nome di Wilson, il rettore di Princeton Christopher Eisgruber ha dichiarato in una dichiarazione che “il razzismo di Wilson era significativo e consequenziale anche per gli standard del suo tempo”. Inutile dire che la figura di Wilson era decisamente più complessa e ricca di sfumature di quanto il rettore non dica: ma forse è inutile spiegare la storia a chi non ne comprende il senso. 

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