Nel variopinto mondo della politica a stelle e strisce, si è soliti dire che non ci sia niente di nuovo sotto il sole. Eppure, a guardar bene, succedono ancora cose piuttosto singolari. Ad esempio, non è certo normale che un candidato punti apertamente ad elettori dell’altro partito per uscire da una situazione complicata. Negli ultimi giorni è successo che due candidati di alto profilo come la figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney e il candidato democratico a governatore del Texas siano stati beccati a corteggiare apertamente gli avversari. Se sui social sono sprecati gli attacchi a palle incatenate, queste mosse irrituali sembrano un sintomo di un’ulteriore evoluzione del panorama elettorale americano: un rinnovato interesse verso gli elettori moderati.

Battaglia lungo la frontiera

La notizia in arrivo dallo stato del Wyoming non è di quelle che fanno sobbalzare i redattori dei desk dei media nazionali: la campagna di Liz Cheney ha mandato nelle case degli abitanti dello stato del Wyoming un volantino con indicazioni su come partecipare alle primarie di un altro partito, cambiando affiliazione il giorno stesso delle elezioni. Questa curiosità è passata largamente inosservata per qualche giorno, prima che qualcuno notasse come nessun Repubblicano avesse ricevuto questo volantino. Il problema del cosiddetto “crossover voting” non è certo nuovo né limitato al grande e largamente spopolato stato, tanto da spingere alcuni alleati di Trump a tentare di far passare una legge per vietarlo. Per chi abiti in Stati dove la maggioranza blu o rossa è schiacciante, l’unico modo di poter influenzare il risultato delle elezioni sarebbe quello di partecipare alle primarie dei rivali, così da selezionare un candidato più in linea coi propri valori. Altre volte, invece, la strategia sembra tratta da un libro di Machiavelli: sostenere la candidatura di un candidato “estremo” nelle primarie per favorire il proprio partito nelle elezioni generali. Nel caso del Wyoming, stato della Frontiera dove la maggioranza repubblicana è inattaccabile, combattere il crossover voting sarebbe un modo per “limitare l’influenza delle donazioni in arrivo dall’esterno dello stato, che manterrebbero in vita candidati privi del supporto degli elettori”.

Le parole del terzo candidato alle primarie del GOP Anthony Bouchard sono chiaramente dirette a Liz Cheney, la cui campagna sembra avvitata in una crisi terminale. I numeri dell’ultimo sondaggio, riportato da Newsweek, sono impietosi: la Cheney avrebbe il supporto del 30% degli elettori probabili, 22 punti meno di quelli intenzionati a votare Harriet Hageman, candidata “ultra MAGA” selezionata e sostenuta dall’ex presidente Trump. La situazione è lievemente migliorata rispetto a fine maggio, quando il sondaggio promosso dal Club for Growth vedeva la deputata uscente dietro alla Hageman di ben 30 punti, un umiliante 56 a 26. Risultati del genere per un incumbent sono davvero inconsueti, specialmente in stati piccoli come il Wyoming, dove stravolgimenti del genere succedono rarissimamente. Il momento “sliding doors” per la figlia del controverso Vicepresidente è stato sicuramente l’aver votato per l’impeachment di Trump.

Le conseguenze per la Cheney sono state immediate: chi la vedeva con sfavore balzò da un “normale” 26% ad un impressionante 72% che la resero la deputata meno popolare tra i suoi elettori a fine 2021. Due elettori repubblicani su tre dichiararono che avrebbero votato per chiunque si fosse presentato alle primarie contro la Cheney, non importa chi fosse. Numeri del genere costringerebbero moltissimi candidati ad alzare bandiera bianca, ma non l’energica Liz, il cui lavoro come vice-presidente del comitato d’inchiesta del Congresso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio le ha garantito visibilità nazionale e fior di editoriali positivi. A sentire il New York Times, la popolarità a sinistra si sarebbe tradotta in cospicui finanziamenti da ricchi sostenitori Democratici, a partire dal produttore hollywoodiano Jeffrey Katzenberg. Molti altri avrebbero seguito il suo esempio, dal fondatore della piattaforma social business LinkedIn alla CEO della banca Citigroup, garantendo alla Cheney un war chest degno di ben altri palcoscenici, oltre 10 milioni di dollari al 31 marzo. La Hageman, alimentata in puro stile MAGA da una moltitudine di piccoli donatori, non è arrivata nemmeno ad un quinto del suo totale. A fare la differenza, però, l’origine delle donazioni: 650.000 $ vengono da residenti dello stato del Wyoming, contro i 270.000 $ della Cheney.

A sentire gli esperti, questo enorme vantaggio economico non riuscirà a garantire la vittoria alla figlia dell’ex Vicepresidente: secondo i bookmakers di Las Vegas, la Hageman avrebbe il 95% di possibilità di spuntarla alle primarie del 16 agosto. Non è esattamente una sentenza, visto che il numero fa l’eco con la percentuale di vittoria per Hillary Clinton fino a poche ore dalla chiusura delle urne nel 2016, ma sicuramente le cose non si mettono bene per la Cheney. Il suo sarebbe l’ultimo esempio della vendetta dell’elettorato di Trump nei confronti dei “traditori”, che, come riporta la Cnn, ha già fatto diverse vittime tra i dieci deputati. Se quattro di loro hanno deciso di non sfidare l’ira dei propri elettori e non si sono ripresentati, il deputato del South Carolina Tom Rice è stato travolto nelle primarie, raccogliendo meno del 25% dei consensi. Solo il deputato della California David Valadao è riuscito a sfangarla, approfittando del fatto che nel suo distretto i Democratici possono votare per lui senza doversi registrare come Repubblicani. Il suo risultato, però, è stato piuttosto sconfortante: solo il 47% di chi ha votato per candidati repubblicani lo ha scelto, numeri che lo mettono sicuramente a rischio il prossimo novembre.

Funzionerà quindi la scommessa della Cheney? Difficile a dirsi, ma la situazione sembra quasi disperata. Il segretario del Partito Democratico Joe Barbuto ha dichiarato che non c’è grande entusiasmo tra gli elettori Dem per la Cheney, ma altri rappresentanti del partito hanno dichiarato che molti dei propri elettori sarebbero disposti a darle una mano. I numeri, però, raccontano come questa mossa potrebbe rivelarsi inutile: il gap tra Democratici e Repubblicani in Wyoming è impressionante, con solo il 16% degli elettori registrati per il partito del Presidente Biden. Il senatore John Barrasso è laconico: “in Wyoming non ci sono abbastanza Democratici per influenzare le primarie”. C’è chi inizia a sussurrare sottovoce che Liz Cheney stia già dando per persa la corsa per le primarie e starebbe valutando nuove opzioni, magari sfruttando la sua popolarità altrove. I soldi e la visibilità nazionale non le mancano: tutto potrebbe essere possibile.

La corsa al centro in Texas

Più a sud, nella ex roccaforte rossa del Texas, un altro candidato dal profilo nazionale importante sembra intenzionato ad imitare le mosse della deputata del Wyoming, cercando spazio al centro. Dopo la sconfitta di misura contro il beniamino di molti conservatori Ted Cruz nel 2020, Beto O’Rourke è impegnato in una durissima lotta contro il governatore uscente Greg Abbott, vero e proprio pezzo da novanta nella politica del Lone Star State. Nonostante nessun democratico abbia mai vinto una campagna nell’intero stato dal 1994, il due volte incumbent repubblicano non riesce a staccare il rivale democratico. A sentire l’ultimo sondaggio della University of Houston, il vantaggio di Abbott rimane di cinque punti percentuali, troppo risicato per far dormire sonni tranquilli al GOP. I sondaggi in Texas non sono molto affidabili, visto che da 20 anni a questa parte prevedono corse ravvicinate per poi risolversi in vittorie schiaccianti da parte dei Repubblicani, ma ripetere i 18 punti di distacco del 2018 potrebbe rivelarsi complicato per Abbott.

Per riuscire a rendere la corsa ancora più competitiva, O’Rourke ha lanciato una serie di attacchi contro il governatore piuttosto inconsueti per un candidato democratico. Beto se l’è presa con le politiche di Abbott, che avrebbero reso la rete elettrica del Texas vulnerabile ai blackout in periodi di alti consumi, sia d’estate che d’inverno, come successe nel 2021. Un’uscita decisamente inusuale per chi promette da sempre di distruggere l’industria del petrolio e convertire il Texas in una “superpotenza delle energie rinnovabili”, ma un tema decisamente popolare tra gli elettori moderati, che potrebbero rivelarsi l’ago della bilancia a novembre. Proprio quando la campagna di Beto starebbe sfruttando l’ondata di volontari che si sono fatti avanti dopo che la Corte Suprema ha cancellato la sentenza sull’aborto Roe v Wade (52000 nelle ultime settimane), la svolta centrista ha fatto sollevare più di un sopracciglio.

Le prime uscite del suo “Drive for Texas”, tour dell’enorme Stato che porterà Beto in giro fino al 7 settembre, hanno mostrato un messaggio decisamente inconsueto per il popolare politico 49enne. O’Rourke si è scagliato contro le alte tasse sulle proprietà, il costo dell’elettricità e lo stato deplorevole delle scuole pubbliche, tutti temi che risuonano molto negli immensi sobborghi delle grandi città. In un carpiato triplo degno di un tuffatore olimpico, Beto ha dichiarato che la colpa dell’inflazione è di Greg Abbott, che nei sette anni da governatore avrebbe aumentato le tasse sulle proprietà del 40%. Colpa sua sarebbero anche i rincari di elettricità e gas come la mancanza di generi di prima necessità nei supermercati. In una sorprendente svolta populista, O’Rourke ha promesso di tagliare le tasse sulle case, le bollette dell’elettricità ed il costo della vita in generale, senza naturalmente risparmiare sforzi per rendere le scuole del Texas le “migliori al mondo” o espandere la copertura sanitaria per le famiglie in difficoltà. Naturalmente, pochissimi dettagli su come compiere questi miracoli e con quali soldi, ma il cambio di tono rispetto alla solita retorica “pro-choice” e anti-Trump è stato netto.

Come reagisce la campagna di Greg Abbott? Con una serie di iniziative volte a corteggiare gli elettori latinos, asiatici e afro-americani. Una mossa disperata, considerato che nel 2021 solo il 26% dei latinos negli Stati Uniti si identificavano come Repubblicani, rispetto al 54% di Democratici? Non proprio, a giudicare dall’evoluzione elettorale negli ultimi anni in Texas, dove il Go ha avuto molto successo, specialmente tra gli elettori di seconda o terza generazione. Specialmente in South Texas e in molte città vicine al confine col Messico, le vittorie dei candidati repubblicani di origine latina non fanno quasi più notizia. Se i risultati di McAllen, città vicina al confine dove Trump migliorò i suoi risultati del 2016 di ben 23 punti percentuali, dovessero ripetersi altrove, le cose potrebbero mettersi davvero male per i dem, che da sempre danno per scontata la schiacciante maggioranza nel voto latino. La vittoria di Mayra Flores nelle suppletive del distretto 34, vinto dai Repubblicani solo una volta negli ultimi 40 anni, potrebbe essere l’ennesimo segnale dell’erosione del controllo democratico sui latinos, che nel giro di pochi anni diventeranno il gruppo etnico più numeroso in Texas e, in generale, nel Sud-Ovest degli Stati Uniti.

I progressisti sembrano convinti che a sparigliare le carte della politica texana sarà l’arrivo di quasi due milioni di nuovi elettori, quasi tutti concentrati nelle contee delle metropoli, da sempre terreno fertile per il partito dell’asinello. Resta però da capire chi siano davvero questi nuovi elettori. Molti saranno figli dei tanti immigrati, regolari o meno, che negli ultimi decenni hanno passato il confine del Rio Grande. Altrettanti, invece, saranno i nuovi Texani arrivati negli ultimi anni da stati come la California, dove le alte tasse e le tante inefficienze hanno reso la vita quasi impossibile. Non è chiaro se saranno più o meno disposti a supportare le stesse politiche progressiste che hanno causato la crisi negli stati d’origine. A sentire Manny Ramirez, giovane ed energico candidato del GOP nella contea di Tarrant, vicino a Fort Worth, a fare la differenza sarà gente come lui, più in grado di dare risposte non ideologiche agli elettori latinos e non solo. “Non voteremo per un partito, voteremo per i nostri valori, quelli della nostra gente. Noi siamo qui per questo. Se non ci mettiamo la faccia, le cose non cambieranno mai”.

Il fatto che i democratici puntino molto su O’Rourke si nota anche dal fatto che, per la prima volta da sempre, Beto ha battuto Abbott nella raccolta fondi. Il vantaggio nei confronti di quello che è considerato il maestro del fundraising texano è per il momento minimo: 32 milioni contro i 30 di Abbott ma è un segnale da non sottovalutare. Il governatore godrebbe ancora di un solido sostegno da parte delle industrie tradizionali in Texas, specialmente quella petrolifera, ma O’Rourke sta provando a recuperare con una massa di piccole donazioni. I 511000 donatori di Beto rispetto ai 113000 di Abbott fanno sospettare che molti di questi arrivino da altri stati, segno che la campagna è alta nella lista delle priorità del DNC. Altri, invece, fanno notare come a cambiare il balance of power della politica texana potrebbero essere proprio alcuni degli ultimi arrivati, ricchi profughi della sempre più inavvicinabile Silicon Valley.

I 2 milioni di dollari arrivati a Beto da Simone e Tench Coxe, ex venture capitalists di Palo Alto arrivati ad Austin nel gennaio 2021 sarebbero parte dell’ottimo risultato di O’Rourke e degli altri candidati democratici. I Coxe si definiscono “moderati”, con Simone più propensa a finanziare candidati progressisti mentre Tench ha a suo tempo contribuito alla campagna di Mitt Romney. Riusciranno questi nuovi texani a cambiare una volta per tutte il panorama politico dello stato? Si riuscirà ad avverare il sogno nascosto dei Democratici da almeno 30 anni, quel “turn Texas blue” che cambierebbe parecchio le cose anche a livello federale? La mancanza di limiti ai contributi individuali alle campagne a livello statale, sfruttata da decenni dai Repubblicani per frustrare gli sforzi dei rivali, potrebbe rivelarsi il tallone d’Achille di Abbott come di altri candidati del Gop decisamente meno solidi? Se per anni anche solo pensare ad un Texas democratico faceva ridere, ora nessuno si sognerebbe di scherzare su un argomento del genere. Dipenderà molto dagli sforzi dei due partiti di espandere la propria base elettorale, di coinvolgere fasce di popolazione una volta reputate off limits, offrendo risposte meno ideologiche e più in linea con le necessità degli elettori. Se avrà più successo la svolta populista di Beto o l’apertura alle minoranze dei Repubblicani lo vedremo solo a Novembre.

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