Il “Buff” sfreccia nella notte volando a bassissima quota sulla taiga siberiana con un carico di bombe termonucleari a caduta libera destinate a spianare la città industriale di Magnitogorsk, nell’Oblast di Celjabinsk a sud dei monti Urali. Il B-52H trema e sferraglia volando radente le cime degli alberi per evitare i radar russi e la caccia, le sue ali lunghe più di 56 metri sembrano volersi spezzare sotto la spinta massima degli otto motori a turboventola e per le turbolenze del volo a bassissima quota che fanno compiere un arco di più di 6 metri a ciascuna estremità alare. I sei membri dell’equipaggio sono concentrati e tesi: l’ufficiale di rotta e l’addetto alla navigazione radar controllano i waypoint del percorso stabilito che sta portando il bombardiere strategico nel cuore industriale russo, l’addetto alle contromisure elettroniche ha il suo bel da fare per ingannare i radar di tiro avversari mentre l’armiere scruta nervosamente i suoi monitor in cerca di possibili caccia nemici che dovrebbe cercare di abbattere col “pungiglione” di coda dell’aereo costituito da quattro mitragliere da 12,7 mm in torretta telecomandata, i due piloti, altrettanto concentrati nell’adempimento della loro missione nucleare, indossano strani visori sopra il casco.

Quei visori sono stati progettati durante la Guerra Fredda per riparare gli occhi dei piloti del SAC, lo Strategic Air Command, dall’intensa vampa di una esplosione nucleare e si chiamano Plzt (“Plizit” per gli equipaggi dell’Usaf) dal nome dei componenti chimici che li costituiscono (piombo, lantanio, zirconio e titanio).
Il problema del “flash” conseguente alla detonazione di un ordigno nucleare è da subito stato presente nell’Usaf: se durante il giorno la cecità che ne deriva dura solo pochi minuti (dai 3 ai 10), durante la notte, con le pupille dilatate al massimo, la sensibilità della retina è tale da poter subire anche danni permanenti – nel raro caso in cui la palla di fuoco sia direttamente nel campo visivo dei soggetti – o comunque portare a 15/35 minuti di “black out” per i piloti. Si può quindi immaginare quanto possa essere pericolosa questa cecità temporanea in un ambiente ostile come la cabina di un aereo da bombardamento impegnato in una missione in territorio nemico: 10 minuti sono un tempo estremamente lungo per non essere in grado vedere gli strumenti di volo e quelli dei sistemi d’arma, e lo sono anche due minuti, quando si tratta di volare ad alta velocità a bassa quota come nelle missioni di bombardamento nucleare moderno effettuate dal B-52H.

I primissimi tentativi per ovviare a questo problema videro la stesura di un sottilissimo strato d’oro sulla visiera dei piloti, proprio come avveniva per quella dei caschi degli astronauti: lo strato dorato riduceva la trasmissione della luce al 2%, molto più rispetto al 15% di una visiera scura tradizionale. Il problema principale di questa tecnica per l’uso aeronautico è che, a differenza dell’uso spaziale, il sottile strato applicato veniva danneggiato più spesso e quindi portava ad un costo maggiore (dato il costo dell’oro) per la sua manutenzione.

Un altro sistema sempre basato sul prezioso metallo, ma meno costoso, è stato quello utilizzato dalle lenti del kit MIL-G-635. Si tratta di una sorta di maschera protettiva per gli occhi separata dalla visiera del casco che veniva indossata solo se necessario e utilizzante sempre la tecnica delle lenti placcate d’oro. Ancora oggi questo kit viene utilizzato dai piloti di quei velivoli dove non è possibile utilizzare la maschera “Plizit”, che tra poco vedremo in cosa consiste.

Ci sono poi stati, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, rudimentali tentativi di costruire elmetti e visiere più sofisticate dotati di sensori elettro-ottici, alcuni dei quali restati solo a livello di prototipo altri invece arrivati ad essere oggetto di un contratto di fornitura ma che, all’atto pratico, non entrarono mai in servizio. E’ il caso dell’elmetto DH-101 sviluppato però per l’Us Navy. Il casco del pilota era equipaggiato con una lente protettiva particolare chiamata ELF che calava come uno schermo automaticamente quando veniva attivato il sensore che individuava il flash dell’esplosione atomica. Allo stesso tempo una piccola carica esplosiva contenuta nella lente rilasciava una sospensione di grafite al suo interno che la oscurava completamente proteggendo così gli occhi del pilota.

Veniamo ora alla visiera Plzt, ovvero all’unica visiera elettro-ottica ad essere effettivamente entrata in servizio ed attualmente ancora utilizzata dai piloti dei bombardieri strategici come il B-52.

Le lenti di questa visiera sono fatte di strati di vetro composito polarizzato con un livello interno di ceramica trasparente elettro-ottica chiamata appunto Plzt. Quando sono sotto tensione elettrica le lenti sono trasparenti, ma ogni intenso flash di luce, come quello di una esplosione atomica, istantaneamente rompe il circuito polarizzando così la ceramica che diventa opaca. Questa particolare metodologia di funzionamento avviene perché gli scienziati hanno scoperto che il tempo di scarica del materiale è molto più breve del tempo di ricarica, fattore però, che può portare a malfunzionamenti quando non è più necessario l’oscuramento e la visiera torna sotto tensione elettrica. Il tempo di reazione, infatti, è dell’ordine di un decimilionesimo di secondo mettendo così al riparo la vista del pilota. Questo strumento di protezione è stato sviluppato con un finanziamento di 7,2 milioni di dollari tra il 1961 ed il 1973 sotto la direzione del SAC Life Support System Management.

La visiera, la cui designazione militare ufficiale è EEU-2/P, è stata pensata per i piloti di B-52D e H e B-1B, velivolo quest’ultimo che sino al 1994 aveva tra i suoi compiti anche il bombardamento atomico, in forza al SAC. Una versione successiva, la EEU-2A/P, differisce dalla precedente per un tempo di reazione ancora più rapido e dal 2003 fa parte dell’equipaggiamento obbligatorio di tutti gli equipaggi del PACAF che effettuano missioni SIOP (Single Integrated Operation Plan).

I primi esemplari di questa visiera ad arrivare ai reparti operativi andarono però ai piloti di FB-111A. Il primo lotto di produzione fu consegnato alla Chanute AFB (IL) per addestrare il personale ed in seguito, nel 1980, furono consegnati agli equipaggi, sempre volanti sugli FB-111A, della Pease AFB (NH) e della Plattsburg AFB (NY).

La visiera “Plizit” ha però anche delle limitazioni.
Uno studio effettuato nel 1978 ha indicato che non ne è consigliabile, per via del suo peso, l’utilizzo su cacciabombardieri, che comunque avrebbero effettuato le missioni di bombardamento atomico di giorno e quindi con gli effetti del flash ridotti, pertanto non venne distribuita agli stormi da bombardamento tattico. Inoltre si scoprì che la visiera poteva essere accidentalmente messa in funziona da sorgenti radar ravvicinate o dalle pale di un rotore, bloccandone quindi la distribuzione ai piloti di elicottero, anche se, è bene ricordarlo, uno studio – dai risultati un po’ ironici – in merito alla capacità di sopravvivenza degli elicotteri in un teatro di guerra nucleare tattico come poteva essere quello europeo, evidenziava che l’unico modo per salvaguardare i mezzi ad ala rotante era quello di ripararli in un bunker corazzato durante le detonazioni.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.