È un ritorno al futuro. Luiz Inácio da Silva è il nuovo presidente del Brasile, per la terza volta, 11 anni dopo aver lasciato lo scettro a Dilma Rousseff. Da quando ha lasciato la presidenza il mondo è cambiato e anche Lula, 77 anni, ha dovuto affrontare sfide personali molto difficili. Condannato per corruzione, l’ex presidente è tornato in pista dopo avere trascorso più di 18 mesi in prigione: la sua figura è stata riabilitata dopo che la testata The Intercept, fondata dal giornalista investigativo statunitense Gleen Greenwald, ha pubblicato un’inchiesta che dimostrava come il processo contro Lula fosse stato pilotato per motivi politici e poneva una lunga serie di dubbi sulla sua condanna e sulla legittimità dell’intero iter giudiziario. La domanda che tutti si pongono é: ora che l’ex sindacalista ha trionfato e sconfitto Jair Bolsonaro, quale direzione prenderà il Brasile? Dall’economia alla collocazione internazionale, la risposta è molto più complessa di quello che molti politici italiani, che si stanno “appropriando” della vittoria di Lula (soprattutto a sinistra), facciano credere.

I “Brics”, la Cina e la guerra in Ucraina

Quando Lula diventerà ufficialmente presidente il 1° gennaio 2023, ci sarà un probabile ritorno alla diplomazia che ha caratterizzato i suoi precedenti mandati, in cui Lula si è distinto, grazie al suo carisma e alla sua capacità di dialogare con tutti i leader mondiali, come il leader del Sud globale. È inoltre probabile che accrescerà la collaborazione tra il Brasile e altri governi con prospettive simili come Argentina, Cile, Messico e Colombia. Potrebbero migliorare le relazioni bilaterali con la Cina e anche il futuro dei Brics potrebbe prendere una piega diversa, sebbene Bolsonaro non si sia mai tirato indietro nel riconoscere l’importanza del ruolo internazionale dell’organizzazione formata, oltre che dal Brasile, da Russia, India, Cina e Sudafrica.

È chiaro, osserva l’Atlantic Council nella sua analisi, che l’amministrazione Lula vedrà i Brics come una piattaforma importante “non solo per migliorare il dialogo tra i suoi partecipanti”, ma anche per “influenzare le discussioni globali”. Alcuni analisti scommettono che, sotto Lula, il Brasile aderirà alla Belt and Road Initiative (BRI). “Resta da vedere fino a che punto si spingerebbe Lula in questo senso. Può darsi che il Brasile adotti un approccio più positivo nei confronti dell’iniziativa cinese”. Sul fronte della guerra in Ucraina, il Brasile di Lula potrebbe presentarsi come un attore credibile in grado di promuovere la pace e i negoziati, come peraltro auspicato dallo stesso Lula durante la campagna elettorale. Il neo-presidente eletto è stato particolarmente critico nei confronti di Zelensky, e ha accusato il leader ucraino di “volere la guerra”, poiché altrimenti, ha detto in un’intervista al Time lo scorso maggio, “avrebbe negoziato un po’ di più”. Ha poi ricordato che “i colloqui sono stati pochissimi” e che “se si vuole la pace bisogna avere pazienza”. Sulle base di quelle dichiarazioni Lula venne peraltro inserito nella “blacklist” del governo di Kiev.

L’agenza “green” e il rapporto con gli Usa e l’Europa

Secondo l’Atlantic Council, l’elezione di Lula porterà, tra l’altro, a un cambiamento sostanziale nell’agenda ambientale del Brasile. “Il Brasile è pronto a riprendere il suo protagonismo nella lotta alla crisi climatica, proteggendo tutti i nostri ecosistemi, in particolare la foresta pluviale amazzonica”, ha twittato domenica sera Lula, promettendo di “combattere per la deforestazione zero”. Come sottolinea Politico, questo è ciò che l’Europa vuole sentire poiché apre la strada per sbloccare la ratifica dell’accordo commerciale UE-Mercosur con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Sebbene l’accordo con il Mercosur dell’UE sia stato ufficialmente finalizzato nel 2019, da allora è rimasto nel limbo a causa delle preoccupazioni europee (soprattutto francesi) circa la deforestazione dell’Amazzonia e la scarsa credibilità di Bolsonaro. Con Lula ci si aspetta un deciso cambio di marcia, in tal senso. Non sarà facile, perché il neoeletto presidente ha promesso di rinegoziare parti dell’accordo che considera troppo svantaggiose per l’industria brasiliana.

Inoltre, la tutela della foresta amazzonica e l’agenda “green” di Lula andranno sicuramente a beneficio dell’immagine del Brasile e questo migliorerà le sue relazioni con diversi Paesi, inclusi gli Stati Uniti. Le relazioni economiche USA-Brasile continueranno a essere guidate da interessi reciproci dettati da un sano pragmatismo, anche se le posizioni di Lula sulla guerra in Ucraina, e sulle sue possibili aperture alla Russia e alla Cina, potrebbero causare qualche attrito con Washington, che comunque considerava Bolsonaro un alleato inaffidabile. L’equilibrismo diplomatico di Lula potrebbero dimostrarsi provvidenziale, in tal senso. Anche per provare a riconciliare un Paese profondamente diviso e spaccato a metà, come si è visto dal voto: la sfida più difficile per Lula da qui ai prossimi anni.

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